scritto da mtbcult in Storie il 16 Giu 2015

3ª tappa Alta Via Stage Race: il fiato si fa sempre più corto

3ª tappa Alta Via Stage Race: il fiato si fa sempre più corto
        
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Terza puntata della nostra inside story dall’Alta Via Stage Race: Riccardo Serrato e Ugo Sirigu raccontano la giornata di ieri, un’altra giornata dura, difficile dal punto di vista fisico e costellata di problemi. Ma la grande fatica è comunque ripagata dalla soddisfazione di finire sempre tra i primi.

Archiviata la giornata precedente, i nostri pensieri sono rivolti alla terza tappa, che a detta degli organizzatori dovrebbe essere più abbordabile.
Abbiamo trascorso una notte tranquilla ospiti dell’oasi di Bel Piano, dormendo chi in bungalow chi in ostello. La struttura è gestita da Don Mario, persona energica e capace, e ospita profughi di varie etnie, che collaborano attivamente anche con la 24 ore di Finale Ligure.

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Dopo una notte di pioggia torrenziale, al mattino piove ancora, diamo uno sguardo alle bici, prendiamo barrette, gel a volonta e siamo pronti per la partenza un po’ preoccupati per la pioggia che non accenna a diminuire.
Siamo in griglia e smette di piovere: che la fortuna giri un po’ a nostro favore? Chissà…

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Partiti, salita in asfalto ripida. In breve si delineano le posizioni, le gambe indolenzite piano piano si sciolgono e girano liberamente, inizia un breve sterrato, poi ancora asfalto, falsopiano con pendenza del 2/3% lungo 8 km e vento contro.

Finalmente finisce e c’è il primo check point dove firmiamo per certificare il nostro passaggio e poi affrontiamo single track in un bosco di faggio caratterizzato da un numero infinito di guadi. Noi non scendiamo mai dalla bici, faccio l’andatura io e riprendiamo i biker che ci avevano staccato nel precedente tratto asfaltato.

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Si comincia con il primo portage: pendenza elevata, fango, pietre, radici, terreno che ormai conosciamo, mi tornano in mente le parole di Alessandro, un veterano di questa manifestazione «Richi, oggi sarà più dura della tappa di ieri!»
Spingiamo la bici, a tratti la portiamo sulle spalle, la pendenza aumenta, il fango ci fa avanzare con difficoltà e lentezza, adesso ci sono pietre rese viscide dalla pioggia, il fiato si fa sempre più corto e aumenta la fatica.

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Passo dopo passo guadagnamo la cima, adesso c’è una discesa tecnica e difficile nel bosco: le pietre viscide rendono tutto più complicato, accarezziamo i freni con dolcezza e lasciamo correre le bici. Superiamo altri biker, Ugo mi urla:«Stiamo andando forte!»
«Sì!» penso io, poi alzo la testa e…vedo Ugo sul bordo della strada.

Immediatamente penso ad una caduta, ma per fortuna nostra non è così: un concorrente spagnolo ha tentato un passaggio impossibile, privo di logica, forse complice la stanchezza o la poca dimestichezza con questo tipo di condizioni, ed è precipitato per una decina di metri. Ci assicura di stare bene, ci dice di andare, quindi ci ributtiamo in picchiata e non posso fare a meno di pensare alla mia Rocky, a quanta sicurezza mi dia e di come sia naturale guidarla.

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La discesa finisce e inizia un tratto di ciottolato e fango, spingiamo la bici, inizia un calvario portage infinito davvero, camminiamo con difficoltà, si scivola facilmente, la pendenza è sempre più elevata.
E’ strano come in questi momenti la mente, forse per ingannare la fatica, spazi a 360 gradi: a me viene da pensare alla fatica fatta dai contadini che hanno costruito queste strade di collegamento per raggiungere zone impervie dedicate alla raccolta del fieno. La loro era una fatica quotidiana, gente dura i liguri come i sentieri di oggi.

Finalmente il pendio si addolcisce, il tempo per una foto, e poi giù in discesa: ecco pietre smosse, bagnate, in alcuni punti siamo obbligati al portage in discesa, poi il single track diventa divertente.

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Arriviamo ad un trivio, l’unico gps funzionante si spegne, proviamo tutte e tre le strade senza riuscire a scorgere segni di passaggio bici, e il morale precipita pensando alla fatica fatta, perdiamo minuti preziosi. Per fortuna arrivano altri biker e li seguiamo con gps spento.

Arriviamo ad un ristoro e lì ci indicano la direzione giusta.
Adesso la strada è veloce, le discese che non ci piacciono e temiamo più dei passaggi tecnici.
Ugo mi dice «Il gps è ripartito», mentre scendiamo veloci «Siamo fuori traccia!» mi urla Ugo.
Ritorniamo allora indietro, vediamo una traccia quasi invisibile che sale, proviamo a seguirla ed è quella giusta: single track carino ma ostile.

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Lo percorriamo di buon passo adesso in discesa, poi si torna a salire, oggi la salita sembra eterna…
Siamo stanchi, cerchiamo di alimentarci, si alternano tratti a piedi e di discesa non ciclabile, infine arriviamo in un mare verde, un prato bellissimo.
Percorriamo un crinale che divide due valli, intravediamo il paese di Montoggio che conosciamo bene, abbiamo corso tante volte qua, il crinale sfocia in una strada più larga in discesa, pensiamo: è finita!

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E invece, siamo di nuovo fuori traccia – quante volte ho sentito questa frase oggi.
Ritorniamo indietro e intavediamo un minimo segno di passaggio, lo seguiamo, saliamo come possiamo perché è quasi verticale, siamo davvero allo stremo delle forze.
Finalmente finisce, adesso è discesa tecnica e difficile ma pur sempre discesa.

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Arriviamo alla fine distrutti e felici ma anche oggi quanti problemi!
Comunque, concludiamo terzi, dietro all’altro team italiano e al team francese.

Ecco la classifica generale provvisoria, aggiornata dopo la terza tappa.

La tappa di oggi, la quarta, Montoggio-Varazze, è una delle più dure e lunghe dell’intera Alta Via Stage Race. Si tratta di oltre 90 km con 2500 metri di dislivello in salita e quasi 3000 di discesa.
I biker dovranno salire nuovamente in quota a 1300 metri sul monte Beigua situato nell’omonimo parco.

Qui il report della tappa di ieri.

        
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