•  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

2 Maggio 2015, ore 6.15 – E’ sabato, ma la sveglia suona anche oggi.
Ci metto un po’ a realizzare cosa succede e resto ancora tra le lenzuola a sonnecchiare, dato che dal viaggio alla Sea Otter Classic il mio sonno non è ancora tornato a essere regolare.
Ma finalmente realizzo che…

“Cavolo, ho la gara ad Andora!”

Salto giù dal letto e dopo un’abbondante colazione carico la bici in auto e parto alla volta della Granfondo Mirco Celestino.
Fortunatamente ho soltanto un’ora di strada, ma vorrei arrivare con netto anticipo e prepararmi con calma. Parcheggio e, prima di cambiarmi, vado ad iscrivermi.
Si parla già di seicento iscritti e vorrei evitare di trovarmi fra gli ultimissimi, ovvero in fondo all’ultima griglia. E questo non perché io abbia aspirazioni di classifica, anzi, ma semplicemente per godermi un po’ di più il percorso, evitando di trovarmi troppi “tappi”, soprattutto in discesa.

La bici usata in gara è una Rocky Mountain Vertex personalizzata.
La bici usata in gara è una Rocky Mountain Vertex personalizzata con gruppo Sram X1, forcella Rock Shox Rs-1, ruote Kento e gomme Schwalbe Nobby Nic Evo da 2,25″.

Eccomi al banco iscrizioni:
«Vedo che sei in forma, sei bello secco!» mi dicono.
Ed io: «In realtà mi sto rimettendo in movimento da qualche mese».
Guardando la mia bici mi chiedono:
– Ma fai la gara con la forcella rigida? Vai forte, allora
– Non è rigida, è a steli rovesciati
– Ah, è a steli rovesciati: come ti ci trovi?
Non ho avuto il tempo di rispondergli che mi sono trovato con un 81 sulla tabella; prima griglia, avanti, forse troppo avanti…
Secondo solo agli elite…
Arrivano anche gli altri del team.
Ugo becca un meritato 84, ma so già che lui partirà a tutta perché può piazzarsi bene; Alessandro e Stefano sono dietro, in ultima griglia, con numeri superiori al 400. Questo significa che farò la gara da solo.
Ai paddock c’è fermento.
Ci sono Team importanti e vedo volti conosciuti: tra questi c’è quello di Mario Noris, che ha portato qui alla Granfondo Celestino lo Scott Racing Team quasi al completo. Ci salutiamo con un “In bocca al lupo” reciproco.
Dopo il caffè di rito, saluto gli altri e vado in griglia. Lo speaker annuncia un po’ per volta i nomi degli atleti di punta dei Team, che vanno a posizionarsi nelle primissime file. Mancano cinque minuti: qualcuno scherza, altri sono in silenzio. Io sono un po’ teso, poiché la partenza in questi eventi con così tanti partecipanti è sempre un momento delicato, e poi, nell’ultima gara, è proprio in partenza che ho visto cadere tanta gente e sentito quel rumore di carbonio che si accartoccia sull’asfalto a 40 all’ora.
Penso alla bici: avrò sistemato tutto?
Faccio un check mentale al volo.
Conto alla rovescia: 10, 9, 8,…,3, 2, 1, Via!!!
Ci siamo.
Si esce dal Parco delle Farfalle e poi si aprono le danze.
I primi quattro chilometri su asfalto sono a velocità controllata. Nonostante ciò il gruppo si allunga tantissimo e vedo “cavallette” superarmi dappertutto. E meno male che la velocità era controllata!

Foto La Bicicletteria.net
Numero 81: ecco Davide Ferrigno in azione. Foto La Bicicletteria.net

Riesco a prendere la ruota di qualcuno e a non perdere troppe posizioni, in modo da non trovarmi ingolfato sul primo single track in discesa.
Ma davanti ho dei “motori” veri e propri e io sono già in fuori soglia. Comincia la salita…
In vista di questa gara, da poco più di un mese ho sostituito la corona singola da 32 con una da 30. Scelta azzeccata.

IMG_6043

Qui le salite non perdonano, e si passa in un attimo dal piano a strappi al 20% di pendenza. Alcuni pro’ salgono con il 36, ma loro sono pro’, per l’appunto.
Il primo tratto di discesa è proprio in stile ligure: ripido e roccioso e a tratti polveroso. Non ho nessuno davanti. Mollo i freni e guido bene per tutto il single track che dopo uno strappo in salita mi porterà al primo GPM.
Ovunque vedo gente a riparare camere d’aria o copertoni: le rocce non perdonano. La mia gomma posteriore è quasi alla frutta, ma ieri non ho avuto tempo per sostituirla.
In compenso ho aggiunto del lattice in entrambi i copertoni, e ho aumentato le pressioni: 2.0 bar davanti e 2.6 bar dietro.
Meno male…

Ciò che resta dei tasselli della gomma posteriore
Ciò che resta dei tasselli della gomma posteriore
Schwalbe Nobby Nic davanti e forcella Rock Shox Rs-1: grande mix...
Schwalbe Nobby Nic davanti e forcella Rock Shox Rs-1: grande mix…

Tiro un sospiro di sollievo e mi godo il panorama pazzesco che si scorge tutt’intorno e soprattutto verso il mare. Respiro, sorrido, riprendo a pedalare e cerco la borraccia… non ce n’è più traccia.
Cavolo, non ci voleva: sono senza acqua e ho tutta la gara davanti.
Ho un momento di sconforto e penso già ai crampi che mi arriveranno prima del previsto.
Ma non importa, dovrebbero esserci almeno due ristori, e il primo non è lontano… e poi c’è un sacco di gente sul percorso.
Il valore aggiunto ad una gara come questa è proprio il pubblico: gente in bici, a piedi, a cavallo, appostati dappertutto e pronti a tifare per l’atleta professionista o per il perfetto sconosciuto di turno. Incredibile.

Al primo ristoro recupero acqua e cibo e riparto con la bici in spalla in salita su un tratto impedalabile. Il ristoro mi ha fatto bene e così riprendo a pedalare, convinto.
Superare gli altri concorrenti sui single track, siano essi in discesa o in salita, è praticamente impossibile e nei tratti in cui il sentiero si allarga si tende a riprendere fiato.

“Se le cose dovessero andare avanti così, potrei arrivare anche in una buona posizione”.

Sono circa al km 30.
Dopo aver superato un guado si riprende a salire per la seconda lunghissima salita, che porterà a quasi 500 mt di quota.
E’ qui che un ragazzino mi ha urlato:
“Forza forza!” e poi “Tu me lo dai un cinque?”
Ho sorriso ancora e mi sono fermato a salutarlo e a scambiare “un cinque” con lui.
Al termine della salita mi sono accorto di non essere più così “fresco”, ma il sentiero nel bosco era troppo bello: un “mangia e bevi” continuo, dove rilanciare e guidare. Ho anche recuperato qualche posizione divertendomi, e allora ho continuato a spingere sui pedali.

IMG_6067

Ero a ruota di un concorrente che su uno strappo ripido in salita si è fermato e io, a ruota, sono caduto. E’ qui che sono cominciati i crampi, che mi hanno accompagnato per gli ultimi 10 km. Per fortuna qualcuno mi ha liberato dalla bici e, dopo aver camminato un po’ sono saltato di nuovo in sella.
Arrivo in cima, e mi rendo conto che questo posto non mi è nuovo.
Sono, infatti, alla partenza di due dei sentieri enduristici del golfo dianese. Se non ricordo male si chiama “Le Antenne”: ci sono salti su entrambi i lati del sentiero, ma non posso rischiare una foratura proprio adesso che sono a meno di 10 km dalla fine della gara. E come ben ricordavo giungo al famoso “salto nel blu”… da cuore in gola.
Il sentiero è bellissimo e permette di lasciar correre la bici. Scendo a tutta e recupero qualche posizione.
Sull’ultima salita i crampi non mi abbandonano, ma non ho intenzione di mollare proprio adesso.
Riesco a scollinare e ricomincia la discesa.

IMG_6055

Dopo il primo tratto perdo la catena e scarroccio in malo modo fuori dal sentiero. Strano, non mi era mai successo con questo Sram X1.
Sistemo la catena, riparto e cade ancora. Faccio un terzo tentativo, invano.
Guardo la trasmissione: è infangata, ma neanche poi così tanto!
Ecco trovato il problema: ho un ramoscello nel pacco pignoni.
Lo rimuovo, ma c’è ancora qualcosa che non va…
Deve essere la ruota libera: sembra bloccata e i pedali girano anche quando non dovrebbero.
La catena continua a cadere.
Non posso affrontare l’ultima parte di percorso in queste condizioni.
Allora sollevo la ruota posteriore e con rabbia la faccio cadere verso il terreno.
Sento un “clack”, e tutto sembra aver ripreso a funzionare.
Questo scherzo mi è costato almeno una ventina di posizioni.
Risalgo in sella e vado giù per l’ultimo single track impegnativo.
Sono su asfalto, da solo, per gli ultimi due chilometri da percorrere in città.
Mi si accoda un concorrente in scia, ma voglio giocarmela, la mia posizione. Arriviamo in sprint sul traguardo, e io passo per primo…
Non so come sia andata, ma è fatta.
Sorrido.

Foto d'archivio dopo il traguardo. La location non è Andora, ma il gruppo è sempre lo stesso.
Foto d’archivio dopo il traguardo. La location non è Andora, ma il gruppo è sempre lo stesso.

Aspetto gli altri del Team: Alessandro arriva dopo pochi minuti. Ha fatto un garone, e ha recuperato davvero tante posizioni. Stefano arriva dopo di lui, ma non è così soddisfatto…

Ugo, in gran forma, ha conquistato un 53° posto nell’assoluta (sopra la sua traccia su Garmin Connect). Io ho chiuso in 182ª posizione. Non male, per essere un inizio…
Alla prossima.

Ma insomma com’è andata con il monocorona?
Premetto che utilizzo la trasmissione Sram X1 sulla hardtail da cross country da circa otto mesi e che le uscite/allenamento si tengono prevalentemente sui trail del comprensorio di Finale Ligure, con dislivelli compresi tra i 1000 e 1500 metri, e relative distanze di 35-50 km.
Una Granfondo , per durata e lunghezza del percorso, è una gara diversa da una competizione XC.
Ma non tutte le Granfondo sono uguali e, per quelle che sono le caratteristiche del suo percorso, la Mirko Celestino potrebbe essere paragonata ad una gara di Xc: ne sono un esempio i continui cambi di ritmo, la tecnicità dei sentieri (sia in salita che in discesa), la quasi totale assenza di momenti “per riprendere fiato”.
Su un percorso del genere, dove il profilo altimetrico è tutt’altro che lineare, è fondamentale concentrarsi sulla guida, e non solo in discesa.
E’ per questo motivo che una trasmissione con doppia corona potrebbe essere superflua se non addirittura risultare di impaccio.
Non parlo dell’aggravio in termini di peso, ma dell’approccio mentale alla cambiata.
Ecco esempio per capire ciò di cui parlo.
Immaginiamo di essere su un lungo single track in discesa, scorrevole e molto veloce.
Finita la discesa riparte subito la salita, sempre in single track.
Montando una guarnitura doppia, dovremo decidere se provare ad affrontare il tratto in salita con la corona più grande o scalare sulla più piccola, cercando di evitare “incroci strani” tra i rapporti.
Con la trasmissione a corona singola si evita proprio questo passaggio, e si ha la possibilità di concentrarsi esclusivamente sulla pedalata e su ciò che ci attende sul sentiero.
Sembrerebbe banale, ma, pensate a tutte le volte in cui succede durante una gara…
E non dimentichiamoci anche del famoso detto “ciò che non c’è, non si guasta”: il deragliatore anteriore, il suo corrispondente manettino sono, come tutti gli altri componenti di una bici, soggetti a usura e rottura.
Senza dimenticare lo stress meccanico che il deragliatore impone alla catena.
Con un monocorona si diminuisce statisticamente la probabilità di guasti meccanici durante la gara. Le proprie abitudini sono difficili da cambiare, ma, in circostanze come questa, il cambiamento potrebbe rendere la vita del biker più semplice nelle gare con caratteristiche analoghe alla Granfondo Mirko Celestino.

Qual è la vostra opinione sul monocorona nelle Granfondo?