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MtbCult, in collaborazione con www.mountainridermag.com, presenta una lunga intervista in tre puntate a Fabien Barel.
Cominciamo proprio dall’inizio… Buona lettura.
GS

Le foto di questo articolo sono di Mountain Rider Magazine.

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Fabien Barel, 34 anni.

Avevamo fissato l’intervista quando nemmeno lui sapeva se sarebbe potuto tornare in bici. In realtà, erano mesi che volevamo andare a casa sua per vedere di persona come stava, però ci disse di aspettare almeno tre mesi fin quando avrebbe finito le sue lunghe giornate di riabilitazione.
Così ci siamo dati appuntamento alla Roc d’Azur e siamo andati a trovarlo il giorno dopo la fine del festival, in cui non ha mai smesso di firmare autografi e girare con la gente.

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Alla Roc d’Azur insieme ai fan.

Fabien Barel, classe 1980, vive nei pressi di Nizza, in un piccolo paesino chiamato Blausasc, nascosto tra le Alpi Marittime. E vive in cima alla montagna, nell’ultima casa dell’ultima via del paese, alla quale si accede da una stretta e ripida strada a mala pena asfaltata che neanche il Gps riesce a scovare. Immaginatevi doverci arrivare in un giorno da cani sotto il diluvio universale…

GARAGE E BOBCAT
Eppure lo abbiamo incontrato e anche quando abbiamo suonato il citofono non avevamo la minima speranza di trovarlo a casa. Presto però si è sentito un benvenuto molto familiare e il clic che apriva il cancello: «L’ho fatto io stesso insieme a un mio amico fabbro».

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Ed eccoci a casa Barel…

La casa è semplice però impressionante, perchè è situata nel punto più alto di un precipizio che domina l’intero paese. In realtà, domina una quantità così ampia di paesaggio montano che ti fa capire il perchè quell’uomo ha cercato un posto così sperduto.
Sopra il profilo delle montagne ci indica diversi punti: laggiù vivono i suoi genitori, da un’altra parte Nico Vouilloz. E poi ecco la discesa di Cap d’Ail, dove sia lui che Nico hanno scoperto la downhill.

All’ingresso, si può vedere un Jeep Cherokee che gli ha venduto un concessionario di Nizza e un paio di moto Ktm. E nel garage… Chi lo sa? Perchè un semplice sorriso ci dice che ci sono cose che non si possono vedere. In cambio, Fabien ci mostra la sua campagna, dove non ci sono meno di 90 ulivi perfettamente curati e divisi in terrazze che lui stesso ha realizzato con il Bobcat.

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Fabien vive a Blausasc, paesino sulle Alpi Marittime.

«Quando ho comprato la casa era tutto un disastro… il terreno, il camino, gli alberi. Così ho approfittato dell’anno in cui non ho gareggiato per ristrutturare tutto. Gran parte dei lavori li ho fatti io stesso, come le terrazze, il pavimento del garage, il muro, la porta d’ingresso».

QUANTE MOTO…
«Sì, sono molte e non so che farmene. Evidentemente ho commesso degli errori. Mi sono comprato il bobcat e l’ho usato fino a quando il terreno era come lo volevo io. In realtà è uno strumento indispensabile se vivi qui».

E la verità è che non è difficile immaginarlo al comando di una scavatrice e pensare l’abilità con cui sa guidarla. Già l’abbiamo visto come copilota in una Subaru Wrc e l’esperienza è stata bestiale.

Nel recente passato di Barel c'è anche qualche comparsa in gare di enduro su moto Husaberg
Nel recente passato di Barel c’è anche qualche comparsa in gare di enduro su moto Husaberg

Fabien è un amante di tutti i tipi di mezzi con le ruote, siano essi alimentati da un motore o no. E non è strano vederlo in una gara di enduro in moto. Quando ha annunciato il suo ritiro dalla Dh, Yamaha Francia gli aveva offerto una moto del team ufficiale per disputare la Dakar. Arrivò a compiere i test in Marocco per una settimana, fino a quando i suoi familiari e amici gli chiesero di non accettare una simile avventura.

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«La Dakar è il mio grande sogno, ma non la farò in moto. Quando eravamo in Marocco ho passato giorni stupendi, provano a ripetizione sulle pianure marocchine. Ma all’improvviso guardi il conta km e ti rendi conto che stai andando a 170 km/h e che a questa velocità, se non hai tutto sotto controllo, ti puoi andare ad ammazzare. La mia famiglia mi ha chiesto di non fare la Dakar e alla fine ho rifiutato l’offerta. I miei cari soffrono troppo quando mi faccio male».

– Magari in futuro riceverai altre offerte e ci ripensi…
– Può darsi ma in macchina, non in moto. Anche se per il momento devo confessare che sto bene con le bici e con le aziende che le circondano. Ho molte cose da fare nell’ambiente.

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UN «RAGAZZETTO» CON SUNN
Parlando sui tuoi inizi, abbiamo saputo che il tuo arrivo in Sunn non è stato facile…
– Quando sono arrivato, c’erano tra gli altri Cedric Gracia, Anne Caroline Chausson e Francois Gachet, che era il campione del mondo. Ero giovane e ricordo che la prima volta che Max Commencal ci riunì per parlare degli obiettivi, Gachet lo fermò e gli chiese spiegazioni su cosa ci faceva quel ragazzetto lì, puntando il dito verso di me. Max gli disse che era una scommessa per il futuro e Gachet continuava a dire che ero troppo giovane per stare lì.

– E come andò a finire?
– Non è successo niente. Da quel momento ho avuto un solo obiettivo: vincere. E due anni dopo, alla prima vittoria, gli dissi: «Visto? Ecco perchè quel giorno stavo lì».

Fabien Barel in azione con il prototipo Canyon. Il francese non lo dichiara, ma conta di ritrovare le sensazioni delle gare di Coppa del mondo di Dh.
La stagione era cominciata in Cile. Le ricognizioni, poi l’incidente al primo giorno di Speciali.

– In Sunn sei rimasto cinque anni. In Kona e Mondraker pure. Solo con Maxxis un anno.
– Sono andato con Maxxis solo perchè utilizzavano le bici di Cristian Taillefer e sapevo che avevano un alto livello tecnologico. Però era una squadra a conduzione familiare e aveva bisogno anche di altro. Voglio precisare che ho uno splendido rapporto con Ferran e Lluis, mi hanno sempre trattato come uno di famiglia.

– Quando cambi squadra, la tua priorità sono i soldi, le bici o la tecnologia?
– Un po’ di tutto. Le persone, gli investimenti, il potenziale da sviluppare, la passione che c’è dietro ai progetti, come quella di Mondraker e Canyon. Da Kona, per esempio, abbiamo sviluppato una bici che non c’era mai stata nei dieci anni precedenti. Una bici solida che poteva vincere le gare. Per me sviluppare la bici è fondamentale.

E dopo una bella discesa Lau (di spalle) si congratula con Fabien Barel.
Fabien dà il cinque a Nico Lau, altro grande endurista francese.

Domani vi proporremo la seconda puntata di questa intervista. Fabien ci parlerà del suo clamoroso ritorno a Finale Ligure nell’ultima gara dell’Enduro World Series 2014.