scritto da Simone Lanciotti in Storie il 19 Ago 2019

Quella domanda mai fatta a Felice Gimondi

Quella domanda mai fatta a Felice Gimondi
        
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Sono molte le cose che mi legano in maniera più o meno consapevole a Felice Gimondi.
E sono le medesime, ne sono certo, che legano molti miei coetanei, anche senza la passione per la bici, a questo personaggio.
E’ stato uno degli emblemi più forti del ciclismo italiano dopo l’era di Fausto Coppi e il suo stile, la sua figura in sella, così come lontano dalla bici, lo hanno sempre differenziato dagli altri.
Dal concetto classico di ciclista.
Ho avuto modo di conoscerlo e di frequentarlo in varie occasioni lavorative e mi ha sempre stupito il modo in cui trattava un pinco pallino come me, agli esordi in questa professione.
Per lui ero comunque qualcuno a cui dare attenzione.
Un’accortezza, questa, che non mi è stata sempre riservata e che mi fece capire che puoi anche essere un cameriere o uno spazzino, ma meriti sempre e comunque rispetto e considerazione.
Il Felice Gimondi che ho conosciuto io mi ha insegnato questo in quelle poche occasioni in cui ci siamo visti.
Fino ad arrivare, un giorno, a darmi il suo numero di cellulare, custodito nella mia rubrica come un traguardo importante.

E poi c’è la parte ciclistica della sua vita che altri meglio di me conoscono e hanno già raccontato, soprattutto dopo la sua morte.
Non sono all’altezza di descrivere la carriera di un simile campione.
Il Felice Gimondi che ho conosciuto io riguarda lui e la Mtb, ovvero la sua carriera di talent scout, presidente del team Bianchi e consigliere di altissimo livello in un terreno, la mountain bike, così diverso da quello a lui più abituale.
E tante volte mi sono chiesto: ma come fa?
Come riesce a scovare il talento dei giovani più forti (leggi Acquaroli, Fois, Zanchi, Hermida, Absalon, Kerschbaumer…), in un gesto atletico così tanto diverso da quello del ciclismo su strada?
E come fa a intuire e immaginare quali siano le necessità tecniche di chi va in Mtb?
Ecco, qui mi ha davvero stupito.
Non era fortuna e nemmeno un vago intuito.
Era la sua reale passione per la Mtb e la sua conoscenza del mezzo.
Lui, il mezzo meccanico e le strade sterrate.

Ho il rammarico di non avergli fatto una domanda.
Anzi, più di una domanda, ma di sicuro una: che cosa non dovrebbe mai cambiare nella Mtb?
E nella bici in generale.
Perché onestamente, leggendo, guardando e provando tantissime novità del nostro magnifico mondo, a volte ho la sensazione che qualcosa stia cambiando in modo non controllato.
O meglio, senza una vera lungimiranza da parte di chi produce e crea oggetti bellissimi.
Sarà che quando muore qualcuno, anche più avanti con gli anni di noi, ci si ritrova a fare i conti con il tempo e a sentirsi, noi, vivi e più giovani, un po’ più anziani.
Un po’ più cauti verso le novità.
Ecco, quella domanda avrei tanto voluto fargliela, per capire il punto di vista di una persona più saggia, esperta e capace di me.
E soprattutto, con la sua risposta, capire la direzione presa e quella da prendere.
Capire come interpretare e spiegare il mondo della bici ai miei lettori.
Avere il punto di vista di un uomo saggio su un mondo che cambia a una velocità quasi insostenibile.
Ma quella domanda non gliel’ho fatta e mi resta il rammarico.

Però, posso provare ad immaginare la risposta e con buona probabilità arrivare vicino alla sua approvazione.
La cosa che non deve cambiare mai non è tanto il mezzo meccanico, quanto lo spirito di chi sta in sella.
La bici, qualunque essa sia, è uno strumento, un mezzo per connettere l’uomo con i suoi sogni, limiti, paure e desideri più profondi e tutto ciò scorre su una strada o su un sentiero.
La fatica, così evidente sui volti dei ciclisti di un tempo, è la maestra, l’unica maestra di cui un ciclista ha bisogno.
Se avete modo, durante le vostre prossime salite, dedicate un pensiero, il tempo di paio di pedalate, a Felice Gimondi.
Ve ne sarà grato.

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