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Fino a pochi mesi fa nei suoi pensieri c’erano le Classiche e il Giro d’Italia. Quando però si è trovato senza contratto (correva con la Androni) e nessuno gliene ha offerto uno nuovo, si è ritrovato in sella a una Mtb. Nemmeno il tempo di ambientarsi nella squadra dell’amico Yader Zoli, il Torpado Factory Team, che Riccardo Chiarini, 30 anni, romagnolo di Faenza, è stato catapultato alla Cape Epic. Spaesato? Macchè. Il debutto sugli ostici e sconfinati sterrati sudafricani è da ricordare: una vittoria di tappa e il quarto posto nella generale con il belga Roel Paulissen. C’è voluto poco, insomma, per capire che il passaggio tra le ruote grasse è cosa seria.

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Riccardo Chiarini e Roel Paulissen avvolti nella nebbia delle prime tappe.

– Riccardo, con che spirito sei arrivato in Sudafrica?
– La Cape Epic non era nei miei programmi nonostante gli ottimi allenamenti invernali. Quando mi hanno chiesto se mi sentivo di andare non ho potuto rifiutare. Del resto è la corsa a tappe più importante del mondo. In realtà, temevo di essere un peso per Paulissen. Poi Yader mi ha rassicurato. Mi ha detto che la Epic è dura ma non troppo tecnica come il cross country e che potevo farcela. Essere stato scelto mi ha dato uno stimolo in più per fare meglio rispetto alle attese.

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Il romagnolo provato al termine della seconda tappa, la più difficile dal punto di vista meteo.

– Com’è stato in questi tre mesi il tuo approccio con la Mtb?
– La Mtb non è per me un’assoluta novità. In inverno l’ho sempre usata sull’Appennino. Fino alla passata stagione però non prendevo rischi ed evitavo i pezzi tecnici. Quest’anno ovviamente è successo il contrario. Ho avuto la fortuna di allenarmi con Zoli: mi ha portato sui sentieri, mi ha spiegato come impostare le traiettorie e così sono migliorato. Non abbastanza per colmare il gap con i biker più esperti e per questo almeno due volte a settimana scelgo la le ruote grasse per allenarmi e prendere più confidenza col mezzo. L’obiettivo è quello di imparare anche in gara, a ruota dei migliori. Anche nelle marathon, in base a come guidi, puoi perdere quei venti secondi decisivi per il risultato.

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Nella quinta tappa la coppia Torpado è la più forte in salita. Attacca e fa il vuoto.

– Quanto è stato importante avere a fianco un biker esperto come Paulissen?
– Roel è stato fondamentale, anche perché è un biker metodico che utilizza sempre l’Srm. Sapeva l’esatta andatura e i watt da rispettare nelle lunghe salite. Senza di lui avrei fatto fatica. Nella Mtb la scia non conta. Ma seguire uno che sa fare scorrere la bici sui tratti sconnessi è un grande vantaggio. Lì non c’è mai stato un metro in cui la ruota girava rotonda. Senza Paulissen sarei andato fuori di testa soprattutto nella prima e nella terza tappa, quando abbiamo forato dopo un’ora di corsa e siamo stati costretti a inseguire. Lui non si è scomposto, io avrei mollato. Ci hanno sorpassato decine di coppie ma grazie alla sua esperienza abbiamo tagliato il traguardo al decimo posto.

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Paulissen disegna le traiettorie, Chiarini tiene duro. La vittoria è a un passo.

– Anche nella sesta tappa ci sono stati momenti difficili.
– In quell’occasione ho capito la differenza tra uno stradista e un biker esperto. Ho pagato un single track di 50 chilometri in falsopiano dove non riuscivo a fare velocità. Io rilanciavo di continuo, gli altri sembravano quasi riprendere il fiato perché sapevano guidare.

– Il giorno prima però l’impresa da ricordare.
– In salita siamo stati una delle coppie più forti e non è un caso aver vinto la tappa più dura dal punto di vista altimetrico. Con il passare dei giorni stavamo sempre meglio, eravamo competitivi, un podio ci avrebbe reso felici. Ma siamo andati oltre.

Schurter-Buys non completano la rimonta. La festa può cominciare.
Schurter-Buys non completano la rimonta. La festa può cominciare.

– Com’è nata quell’azione?
– La sera precedente, scherzando, ho detto a Roel: “Domani attacchiamo”. Lui mi ha detto che avremmo controllato, invece sulla prima salita ha scandito un passo che nessuno ha retto. Solo gli Scott sono rimasti a contatto, prima che Buys andasse in crisi e Schurter fosse costretto ad aspettarlo. Il vantaggio ci ha permesso di non prendere rischi nella discesa larga e veloce che portava all’arrivo. Gli ultimi dieci chilometri non finivano mai e i nostri inseguitori si sono avvicinati molto, abbiamo rischiato di finire allo sprint.

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Il podio della tappa più dura della Cape Epic. Riccardo Chiarini si gode un trionfo inatteso.

– Che sapore ha questo successo?
– Ripaga dei sacrifici fatti durante l’inverno. Ed è una grande soddisfazione personale. Qualcuno avrà pensato che chi mi portava in Sudafrica mi stava mandando al macello. Oltretutto non vincevo una gara da tre anni e mezzo, è stata una liberazione. Un orgoglio sapere poi che in Italia solo De Bertolis prima di me era riuscito a vincere una tappa della Cape Epic.

– Tornerai il prossimo anno?
– Lo spero. Tornerei con un bagaglio tecnico e di esperienza superiore. Anche se fare meglio non sarà facile. Torpado sta ragionando sull’opportunità di portare due coppie in Sudafrica, al pari degli altri top team. Sarebbe un grosso investimento, ma anche un punto di appoggio molto importante.

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Chiarini-Paulissen protagonisti anche l’ultimo giorno. Finiscono terzi, dietro le due coppie Scott.

– Quali sono ora i tuoi obiettivi?
– Il nuovo banco di prova sarà la Trans Alp ma il mio programma non cambia. Farò tutte le principali marathon nazionali, la prossima settimana la Tiliment e poi anche il campionato italiano. In calendario ci sono Dolomiti Superbike, Sellaronda Hero e Roc d’Azur. La nazionale? Devo ancora dimostrare di essere all’altezza di questa nuova avventura. Un conto è vincere a marzo, un altro è essere competitivo in piena stagione, perchè i mondiali sono a fine giugno. Tornare in Sudafrica (il titolo iridato si assegna a Pietermaritzburg, ndr) mi farebbe piacere, anche perché al di là di una pre-mondiale non ho mai indossato la maglia azzurra.

– Se arrivasse una chiamata dalla strada torneresti indietro?
– Valuterei ma solo se ne vale la pena. Con la Mtb ho voltato pagina e il 2014 non è un anno sabbatico o di transizione. Voglio andare forte e dimostrare di essere competitivo. La prima risposta positiva l’ho già avuta e mi conforta il completo recupero dall’infortunio di marzo 2013. Sono convinto di avere davanti a me i migliori anni della mia carriera.

– In Sudafrica hai usato il prototipo della Nearco 27,5” full suspended.
– La bici ha risposto benissimo alle continue vibrazioni del terreno. Non abbiamo mai avuto problemi meccanici e penso che sarà questo il punto di partenza per lo sviluppo e l’introduzione sul mercato di questa bici nel 2015. In ogni caso, ho capito l’importanza di avere una full per la Cape Epic. Ti salva la schiena e le braccia.

– Come si recupera da una settimana così faticosa?
– Pensavo di passare tre giorni tranquilli, con uscite di due ore ad andatura regolare. Recupero attivo, niente lavori specifici e un occhio all’alimentazione per non prendere peso. Purtroppo, appena ho rimesso piede in Italia, ho contratto il virus intestinale e mi sono fermato. Quindi questa settimana dovrò faticare un po’ di più. Però la gamba è buona e ho concluso la Cape Epic senza essere finito.

Riccardo Chiarini non alzava le braccia al cielo dal 2010, Trofeo Matteotti, su strada. Ora la nuova e inattesa avventura. Che può portarlo tra i migliori interpreti del marathon.