Belle le app, ma chi pulisce i sentieri?

Silvia Marcozzi
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E’ capitato anche a voi? Mossi dalla voglia di esplorare un nuovo sentiero, scaricate una traccia da una delle tante app che aiutano oggi noi biker a scoprire sempre nuovi percorsi, ma una volta avviata la navigazione e saliti in sella non tutto va per il verso giusto…

Percorsi interrotti, sentieri inesistenti, tracciati scomparsi tra rovi, frane e alberi caduti trasformano la vostra divertente avventura in un’odissea. 
Il punto, infatti, è chi pulisce i sentieri?
Quanto e quando vanno sistemati?
Mica facile rispondere...

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Una nuova avventura a portata di mano

Ho sempre pensato che le app realizzate per chi va in bici siano una gran bella cosa. Le possibilità di esplorare e conoscere nuovi posti e/o nuovi percorsi, anche dietro casa, sembrano praticamente infinite e a portata di mano. 
Con milioni di itinerari nel mondo è sufficiente avere un minimo di dimestichezza con lo smartphone per scaricare (o caricare) una traccia GPS senza essere degli esperti. 

Solo che in questa meravigliosa semplicità e immediatezza si possono nascondere anche dei problemi. 

Sfruttando la funzione “Esplora” di Komoot, di cui vi abbiamo raccontato le potenzialità in questo articolo, ho deciso la scorsa settimana di andare alla ricerca di qualche nuovo sentiero vicino a casa. 
Qualcosa da sfruttare quando i miei percorsi preferiti per i test delle bici si inzuppano di acqua come in questo periodo dell’anno. 

Ho trovato un itinerario a margherita attorno ad un borgo a una decina di chilometri da casa che decido di raggiungere in auto. 

Prevedo infatti che il percorso metterà alla prova la batteria da 540 Wh della Lapierre e-Zesty AM 9.4 che sto testando e di cui vi parlerò prossimamente e decido di risparmiarle il trasferimento.
Senza contare che non conoscendo il tracciato mi aspetto di incappare in qualche svolta sbagliata.
Inoltre, non fidandomi troppo delle descrizioni su caratteristiche e difficoltà (non sempre oggettive) non sono in grado di prevedere con buona approssimazione il consumo di batteria. 

In questo senso scegliere un percorso che gravita sempre attorno allo stesso borgo mi serve proprio ad avere la garanzia di non ritrovarmi a corto di energie o batterie in zone troppo isolate. 

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La Lapierre e-Zesty AM 9.4 che mi ha accompagnato in questa avventura

Aspettative VS realtà

La traccia è lunga circa 34 chilometri per 1100 metri di dislivello. Abbinata ad una bella giornata di sole e alla temperatura ancora mite, gli ingredienti per una bella giornata ci sono tutti. 

Purtroppo, dopo una prima parte mediamente divertente, presto inizio ad incappare in una serie di passaggi chiusi che mi costringono più volte a tornare sui miei passi.

La prima volta mi ritrovo di fronte ad una frana impossibile da scavalcare. Il sentiero qui è stato abbandonato. Qualcosa che capita di vedere di frequente purtroppo in Romagna dopo l'alluvione di maggio. In questo caso si tratta di una circostanza particolare su cui possiamo ben poco. Giro la bici e riaggancio la traccia più avanti sulla strada.

Dopo poco però incappo in un tratturo dove è indicata una traccia assolutamente inesistente.
Probabilmente qualche tempo fa si passava, ma al momento mi trovo di fronte un campo completamente arato. Il fatto che non sia stato lasciato nemmeno un passaggio laterale mi fa pensare che forse i proprietari lo abbiano fatto volontariamente per scoraggiare il passaggio di bici.

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Secondo la traccia qui dovrebbe esserci un sentiero...

L'incognita che riguarda la fruibilità di passaggi che attraversano terreni privati è sempre presente. Ci si imbatte in cartelli, catene, sbarre, spesso in realtà del tutto abusivi, ma che indicano sempre una situazione non chiara.

Di nuovo più tardi mi ritrovo a dover percorrere un lungo fondovalle su asfalto perché la traccia indicata che dovrebbe correre lungo il fiume è cancellata dall'erba alta e dai rovi.
Sempre i rovi chiudono il passaggio di un taglio a mezza costa più avanti sulla traccia e mi ritrovo sprovvista di mezzi per provare ad aprirmi un varco.

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La traccia scompare letteralmente tra i rovi

Finisco così col fare tanti, troppi chilometri di asfalto, e la frustrazione sale.
Oltretutto ho già percorso più chilometri di quanto preventivato e inizio a pensare che non riuscirò a terminare il giro con la batteria residua. 
Ma soprattutto ho potuto pedalare praticamente solo sui tratti di collegamento dei vari sentieri, che per la maggior parte sembrano chiusi o impraticabili. 

Quando incappo anche in un errore della traccia che mi porta in un ingiustificato cul-de-sac (avevo sperato in un punto panoramico o qualcosa del genere) per poi chiedermi di fare nuovamente marcia indietro, il mio morale è decisamente a terra. 

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Anche qui una frana ha ostruito il sentiero con tronchi e ramaglie. Impossibile proseguire.

Per fortuna la giornata è buona, ho ancora due ore di luce davanti e la batteria della bici, usata prevalentemente in modalità Breeze, quella più “economica” del motore Fazua Ride 60, mi incitano ad andare avanti. 

Alla fine accumulo 37 km e oltre 1300 metri di dislivello, quindi più di quanto previsto dalla traccia pur avendo tagliato via diversi tratti. 

Quanto torno all’auto la batteria della bici segna un 4% residuo, che mi sono permessa di raggiungere sapendo bene o male di non trovarmi mai a grande distanza dall’abitato. 

Qualche riflessione a fine giornata

Nel complesso non posso dire che il bilancio della giornata sia negativo.
In molti tratti di percorso mi sono divertita, e ho scoperto in ogni caso posti dove non ero mai stata, sempre con la certezza di un riferimento che mi avrebbe bene o male riportata a casa. 

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Certo anche oggi ho scoperto angoli del territorio che non conoscevo.

Però non so quanto presto mi tornerà voglia di scaricare una traccia a caso da un’app e avventurarmi di nuovo in un tour del genere, dove la frustrazione rischia di superare il piacere. 

La tecnologia di bici sempre più sofisticate e capaci, unita a quella di app e sistemi sempre più ricchi e semplici da utilizzare, hanno portato tantissime persone in più sui sentieri negli ultimi anni.
Chiunque, anche senza conoscere minimamente il proprio territorio, può avventurarsi come ho fatto io oggi seguendo una traccia o invece caricare una propria traccia e metterla a disposizione degli altri. 

Ma se è cresciuto il numero di chi pedala off-road, non è cresciuta in parallelo una “cultura” del sentiero che ci insegni anche ad essere manutentori dei nostri tracciati.
Un tracciato su un’app è solo un file, una sequenza di uno e di zero che non rispecchia quello che troverò davvero sotto le ruote della mia bici. 

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E non sarò la prima che tornerà a casa e non avrà tempo di aggiornare la situazione del sentiero su Komoot.
Senza contare che la stessa traccia potrebbe essere su tante altre app dove avrebbe ugualmente bisogno di essere corretta.
Così come non ho potuto fare nulla per cercare di riaprire i passaggi che ho trovato chiusi, non avendo attrezzi con me.

Sono certa che nel tempo, come hanno fatto finora, app e strumenti a nostra disposizione diventeranno sempre più precisi nel fornire indicazioni aggiornate. Tuttavia al momento è difficile sapere a cosa si va incontro affidandosi solo ad essi. 

È il limite degli strumenti open source, che diventano davvero affidabili solo laddove esistano delle regole e un sistema di verifica (come nel famoso esempio di Wikipedia). 
Tuttavia regole e controlli limitano la fruibilità dello strumento.

Mi rendo conto che a malapena riesco ad andare in bici, come farò a prendermi del tempo per contribuire ad un sistema del genere? Oppure, ancora più necessario, per tornare sul sentiero che ho trovato chiuso e ripulirlo?
E come, con cosa? E inoltre, posso farlo? 

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Quindi, chi pulisce i sentieri?

Certo dietro la crescente cultura dell’outdoor e del tempo libero dovremmo creare anche una cultura della manutenzione degli spazi che amiamo e dove andiamo a divertirci. 

Tutti vogliamo andare in Mtb, giusto?
E allora dovremmo anche essere disposti a restituire qualcosa a questo sport e al territorio che ci permette di praticarlo. 

Ma questa manutenzione dovrebbe essere praticabile e sostenibile, diffusa e capillare, così che ognuno possa dare il suo contributo in modo semplice ed immediato.

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In fondo è stato bello oggi.
Ho ritrovato lo spirito avventuroso di quando non sai esattamente dove arriverai con la tua bici, e se sarai in grado di proseguire o se dovrai tornare indietro.

È ovvio che le tracce che non conosciamo non vanno mai seguite ciecamente. Bisogna sempre essere pronti agli imprevisti, alle deviazioni, alle frustrazioni.
Incrociare le informazioni, cercare percorsi convalidati da altri biker, chiedere informazioni alla comunità locale sono tutti accorgimenti utili per scegliere il meglio possibile.

Ma mentre torno a casa sono piena di interrogativi. 
Perché il movimento cresca i prodotti non bastano.
Non bastano le bici, non bastano i navigatori, non bastano le app.

Ci vogliono le persone, e ci vuole cultura dei sentieri e un po' di amore per il territorio, che è il nostro bellissimo e infinito terreno di gioco.
Presto, prometto, approfondiremo questi interrogativi, per riflettere insieme a voi su ciò che ci sta tanto a cuore.

Nel frattempo ne ha parlato anche Simone, il direttore, in questo video e in questo punto:

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Sull'autore
Silvia Marcozzi

Vivo da sempre in equilibrio tra l’amore per lo studio e le parole - ho due lauree in lettere e un dottorato in lingue - e il bisogno di vivere e fare sport all’aperto. Mi sono occupata a lungo di libri e di eventi. Dieci anni fa sono salita su una bici da corsa e non sono più scesa, divertendomi ogni tanto a correre qualche granfondo. Da poco ho scoperto il vasto mondo dell’off-road, dal gravel alla Mtb passando per le e-Mtb, e ho definitivamente capito che la mia sarà sempre più una vita a pedali.

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