Come nasce un casco da enduro: a tu per tu con Rudy Project

Redazione MtbCult
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Come nasce un casco da enduro: a tu per tu con Rudy Project

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Vi siete mai chiesti come nasce un casco da enduro e quanto lavoro ci sia dietro?
Dopo la presentazione lo scorso maggio del nuovo modello Terraform e Terraform Pro di Rudy Project e dopo averlo provato sui sentieri, ci siamo incuriositi e abbiamo voluto approfondire.

Abbiamo quindi rivolto alcune domande a chi il casco l'ha ideato e progettato: Norberto Fava, lo specialista R&D per la sezione caschi, ha risposto a tutte le nostre curiosità.

come nasce un casco da enduro
Norberto Fava a sinistra mentre parla con Gregory Barnaby, triatleta professionista.

- Parliamo di come nasce un casco da enduro: quanto è cruciale la collaborazione con gli atleti professionisti e con i team ? Ci puoi fare un esempio concreto?

È fondamentale. Un casco da enduro oggi deve funzionare in situazioni estremamente diverse: lunghe salite pedalate, discese ad alta velocità, utilizzo con occhiali e maschera, zaino e condizioni climatiche molto variabili. Tutto questo è difficile da replicare completamente in laboratorio.
Il feedback degli atleti ci permette di validare non solo aspetti legati alla protezione, ma soprattutto comfort, ventilazione, stabilità e compatibilità con altri componenti durante utilizzi reali e prolungati.

Un esempio concreto riguarda proprio lo sviluppo del Terraform e Terraform Pro e, in particolare, del frontino. Durante i test con alcuni rider professionisti è emersa chiaramente la richiesta di mantenere una copertura frontale piuttosto estesa per garantire una protezione reale da sole, pioggia, fango e detriti, soprattutto nelle sezioni più tecniche e veloci.

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Visivamente poteva sembrare un elemento molto pronunciato, ma sul campo i benefici erano evidenti. Per questo abbiamo scelto di mantenere un frontino più importante rispetto a molte soluzioni presenti sul mercato, lavorando però attentamente su geometrie, inclinazione e integrazione con il casco per evitare interferenze con campo visivo, ventilazione e utilizzo della mascherina.
Quello che può sembrare un dettaglio puramente estetico è in realtà il risultato diretto di test reali e sviluppo funzionale.

Lo stesso approccio è stato adottato per le coperture laterali: l’obiettivo era aumentare il livello di protezione nelle aree più esposte tipiche dell’utilizzo enduro, mantenendo però ventilazione, libertà di movimento e comfort anche durante utilizzi lunghi e pedalati.

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- Quali soluzioni di design permettono di ridurre il peso senza sacrificare la protezione? Immagino per esempio alle numerose prese di aerazione che un casco da enduro deve avere rispetto a un casco da DH che, se non collocate nei punti giusti, potrebbero indebolire la struttura.

Nel caso di un casco enduro, il lavoro principale è proprio quello di trovare il miglior compromesso tra copertura protettiva, ventilazione, robustezza strutturale e peso complessivo.
La sfida, infatti, non è semplicemente “togliere materiale”: è ottimizzare la distribuzione delle masse e il comportamento strutturale del casco.
Il know-how, unito a simulazioni continue tra test su campo e di laboratorio, permette di progettare una geometria ben bilanciata, con una struttura molto efficiente anche con meno materiale.

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- Quali materiali o strutture composite assumono un ruolo chiave nello sviluppo di un casco pensato principalmente per le gare di enduro che deve mixare leggerezza e protezione?

Nel mondo enduro, oggi il materiale principale resta ancora l’EPS (polistirene espanso), perché continua a offrire il miglior equilibrio tra capacità di assorbimento dell’energia, peso, affidabilità e libertà progettuale. Per il guscio esterno, la soluzione più diffusa — e ancora oggi una delle più efficaci per molte applicazioni enduro — è rappresentata dalle calotte in policarbonato integrate tramite tecnologia In-Mould.
Materiali e strutture più avanzate, come carbonio, nylon rinforzati o compositi con fibre aramidiche, possono avere senso in applicazioni specifiche o più estreme. 
Con Terraform e Terraform Pro, ad esempio, la geometria e l’architettura complessiva del casco ci hanno permesso di ottenere il livello desiderato di robustezza, copertura e leggerezza senza la necessità di introdurre fibre o compositi aggiuntivi.

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- L’aerazione è fondamentale sia in salita sia in discesa. Come si bilanciano il raffreddamento e la gestione del sudore con la stabilità del casco ad alta velocità, senza compromettere la sicurezza? In particolare, come si costruisce una calzata che resti performante sulle lunghe risalite e stabile sui percorsi tecnici? 

La ventilazione oggi non dipende semplicemente dal numero di prese d’aria, ma soprattutto da come l’aria riesce ad attraversare il casco in condizioni di utilizzo reali.
Nello sviluppo di Terraform e Terraform Pro, ad esempio, abbiamo lavorato molto sulla progettazione dei canali interni dell’EPS e sulla gestione del flusso reale dell’aria all’interno del casco, oltre ad aver introdotto il nostro Air Frame Band, una struttura interna adattiva progettata per migliorare comfort, ventilazione e gestione del sudore.

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Per ottenere aerazione ottimale, infatti, bisogna bilanciare geometria interna, distribuzione dei volumi, sistema di ritenzione, punti di appoggio sulla testa, progettazione delle imbottiture. 

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- E a proposito di calzata, quali opzioni di taglie, pad, o sistemi di fit-tuning (rondella posteriore di regolazione, ndr) offrite?

La personalizzazione della calzata è diventata un elemento centrale nello sviluppo moderno dei caschi, disponibili in due o tre taglie. I nostri caschi sono dotati anche di sistema di ritenzione: progettato per offrire una regolazione precisa e stabile, è regolabile micrometricamente tramite rotella posteriore ed è anche regolabile in altezza.

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Per Terraform e Terraform Pro, inoltre, abbiamo lavorato molto anche sulle nuove bandine laterali ergonomiche, sviluppate per migliorare comfort e stabilità e per offrire una compatibilità più naturale con le astine degli occhiali, un aspetto oggi molto importante nell’utilizzo reale del casco.
Questi due caschi hanno anche dei pad laterali riempitivi di ricambio, per migliorare ulteriormente la vestibilità.

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- Per quanto riguarda invece la compatibilità con occhiali e mascherine: come si progetta l'apertura frontale per non ostacolare la visuale ed essere compatibile con occhialoni e mascherine?

È un aspetto molto più complesso di quanto possa sembrare, perché oggi un casco enduro deve integrarsi perfettamente sia con occhiali tradizionali sia con maschere di grandi dimensioni.
Questo significa lavorare contemporaneamente su diversi elementi: campo visivo, distanza dal volto, inclinazione frontale, gestione dei volumi interni, spazio disponibile per frame e strap della mascherina. 
Nel caso di Terraform e Terraform Pro, il profilo frontale di entrambi i caschi è stato progettato specificatamente per garantire la massima compatibilità con le maschere ed in particolare con il nostro nuovo modello Override, dedicando inoltre dedicato particolare attenzione al design della parte posteriore della calotta, studiata per integrare e stabilizzare al meglio l’elastico della maschera.
Grande attenzione è stata dedicata, infine, anche alla compatibilità con gli occhiali, così da garantire comfort e stabilità durante l’utilizzo.

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- Quali sono gli standard e le normative di riferimento per la sicurezza?

Per la categoria Enduro, i principali riferimenti normativi per i caschi da ciclismo sono la EN1078 per il mercato europeo e la CPSC per il mercato nordamericano. Entrambi gli standard definiscono requisiti specifici relativi ad assorbimento degli impatti, sistemi di ritenzione, stabilità e geometrie di protezione.
Nel caso di Terraform e Terraform Pro abbiamo inoltre adottato anche la certificazione NTA 8776, uno standard sviluppato specificatamente per caschi destinati a e-bike e speed pedelec.

Oltre alle certificazioni ufficiali, abbiamo integrato anche il nostro RP Rotational Impact Test, un protocollo interno sviluppato da Rudy Project per analizzare il comportamento del casco in impatti obliqui e rotazionali, oggi considerati particolarmente rilevanti nello studio delle dinamiche reali di caduta. Questi test sono effettuati da laboratori esterni, per garantire l’imparzialità del test.

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Terraform e Terraform Pro integrano anche la tecnologia Twiceme, un sistema NFC integrato nel casco che permette ai soccorritori di accedere rapidamente a informazioni utili dell’utente tramite smartphone in situazioni di emergenza.

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- Sempre parlando di sicurezza, come vengono effettuati i test d’impatto e di resistenza?

I test ufficiali previsti dalle normative includono prove molto precise relative ad assorbimento degli impatti lineari, resistenza del sistema di ritenzione, stabilità del casco, resistenza del cinturino e verifiche geometriche delle aree di copertura protettiva.
Questi test vengono effettuati attraverso impatti controllati su differenti tipologie di battenti e a velocità definite dagli standard internazionali, simulando diversi scenari di impatto che possono verificarsi durante l’utilizzo reale.
Il Protocollo Rudy Project RP Rotational Impact Test, invece, si basa sul parametro BRIC (Brain Injury Criterion), utilizzato per analizzare il livello di accelerazione rotazionale trasmesso durante l’impatto. Il test prevede impatti obliqui a 45° sugli assi X, Y e Z a una velocità di 6 m/s, con l’obiettivo di mantenere il valore BRIC al di sotto di 0,68.

- Oltre a tutte le specifiche tecniche, quanto conta l’estetica nella scelta di un casco da enduro?

Il casco è diventato parte integrante dell’identità del rider e del modo in cui vive la propria bici e la disciplina, quindi l’estetica è essenziale per esprimere il proprio stile.
La difficoltà è riuscire a creare un design distintivo senza introdurre elementi puramente estetici che possano penalizzare ventilazione, peso, comfort o funzionalità reale del casco.
Nel caso di Terraform e Terraform Pro, molte scelte stilistiche nascono in realtà da esigenze funzionali precise.
Il frontino, le coperture laterali, le proporzioni della calotta e le superfici sono state sviluppate non solo per dare al casco una forte identità visiva, ma soprattutto per migliorare protezione, integrazione con le maschere, stabilità e gestione dei flussi d’aria.

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- Avete adottato materiali riciclati o processi produttivi sostenibili nella realizzazione dei vostri caschi?

Sì, è un tema su cui stiamo investendo molto e che oggi rappresenta una parte sempre più importante dello sviluppo prodotto.
Nel progetto Terraform e Terraform Pro abbiamo introdotto una percentuale molto elevata di materiali riciclati in diversi componenti del casco, arrivando a superare il 65% del peso totale del Terraform Pro e oltre il 77% del peso totale del Terraform.
I materiali riciclati vengono utilizzati in differenti elementi del casco, tra cui EPS, policarbonato, nylon, cinturini e altri componenti interni, mantenendo comunque gli stessi requisiti di sicurezza, qualità e durabilità richiesti per un prodotto performance.
Anche per il packaging abbiamo scelto materiali riciclati.
Per noi, però, sostenibilità non significa soltanto utilizzare materiali riciclati, ma anche garantire durabilità del prodotto e gestione più efficiente dell’intero ciclo di vita del casco.

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- E parlando del futuro, ci sono nuove partnership in programma che gli appassionati dovrebbero conoscere o nuovi prodotti in arrivo?

Stiamo lavorando su diversi nuovi progetti e collaborazioni, soprattutto nell’ambito performance, protezione, aerodinamica e integrazione tecnologica.
Dal punto di vista delle partnership, crediamo molto nella collaborazione con atleti, tester e partner tecnologici, perché oggi lo sviluppo di un casco moderno richiede competenze sempre più trasversali.
Ovviamente non possiamo ancora anticipare troppo sui prossimi prodotti, ma la direzione è quella di sviluppare piattaforme sempre più integrate, performanti, sostenibili e focalizzate sull’evoluzione reale delle esigenze dei rider.

Per ulteriori informazioni, qui potete vedere tutti i caschi Rudy Project.

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