scritto da Simone Lanciotti in Biciclette,Test il 17 Giu 2014

SHORT TEST – Canyon Strive Cf: come va lo Shapeshifter?

SHORT TEST – Canyon Strive Cf: come va lo Shapeshifter?
        
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TROIS EPIS – Sulla carta la nuova Canyon Strive Cf è qualcosa di davvero interessante perché sembra riuscire a risolvere il “compromesso storico” di tutte le Mtb, ossia tanta efficienza in salita quanta in discesa.
Ma è davvero così?
E soprattutto quanto è facile da utilizzare il comando Shapeshifter?
Durante la presentazione abbiamo avuto modo di provare per due giorni questa bici arrivando a delle conclusioni piuttosto chiare.

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Prima di tutto la geometria standard
Il mio turno di test comincia con la geometria più tradizionale.
Il primo approccio lascia un po’ interdetti, perché da una bici di 160 mm di travel ci si aspetta di ritrovare una posizione da bici da enduro e invece la geometria Regular è stranamente lontana da questa idea.
Il manubrio è piuttosto vicino alla sella, anche nella taglia L, il manubrio è molto alto da terra e soprattutto l’attacco manubrio è da 70 mm.
Ecco, avendo provato di recente la Canyon Spectral, mi sembra di essere tornato in sella a quella bici lì, pur con una forcella da 170 mm e con una sospensione posteriore più “importante”.
Qualcosa di insolito, insomma, che mi ha richiesto un po’ di Km per abituarmi a questo assetto e prenderci confidenza.
La posizione raccolta in sella non facilita i movimenti del corpo ed è chiaro che questa bici suggerisce uno stile di guida molto più tranquillo.
Nelle intenzioni di Canyon è per un utente poco smaliziato, ma che ha necessità di affrontare un’ampia gamma di situazioni, senza troppa fretta.

Shapeshifter, eccoci a noi
Tenete presente lo schema qui in basso, che riassume i movimenti necessari per il corretto funzionamento del dispositivo.
Il suo funzionamento è facile ed intuitivo e non richiede ore per essere compreso.
Il passaggio dalla modalità Xc a quella Dh è facile e naturale: basta tenere premuto il comando sul manubrio ed arretrare in modo netto il bacino. Nulla di complicato davvero.

E’ un gesto che viene facile e naturale.
Il passaggio inverso, invece, richiede un minimo di pianificazione.
Mi spiego meglio.
Passare da Dh a Xc significa quasi sempre passare da una discesa a una salita o a un tratto più pedalato e per far funzionare il dispositivo è necessaria questa sequenza simultanea di movimenti:
– azionare il comando Shapeshifter;
– spostare in avanti il peso del corpo stando in piedi sui pedali;
– esercitare una trazione verso l’alto sui pedali.

Il grafico mostra i movimenti necessari per passare da una modalità all'altra.

Il grafico mostra i movimenti necessari per passare da una modalità all’altra.

Sul link della sospensione la spia (per così dire) diventa di colore verde e conferma il passaggio alla modalità Xc (qualora si avessero dei dubbi).
E’ chiaro quindi che questa operazione può risultare difficile se ci si trova all’improvviso davanti una salita e se non si ha ancora un’adeguata confidenza con questa serie di operazioni.

Questa è la visuale che si ha stando in sella. Sul link superiore si vede chiaramente l'indicatore di colore verde che segnala la modalità Xc.

Questa è la visuale che si ha stando in sella. Sul link superiore si vede chiaramente l’indicatore di colore verde che segnala la modalità Xc.

Ed ecco invece l'indicatore in modalità Dh.

Ed ecco invece l’indicatore in modalità Dh.

Niente paura, serve solo un po’ di pratica e, alle brutte, si scende di sella, si aziona il comando Shapeshifter e il sistema passa dalla modalità Dh a quella Xc senza sforzo.
Il pistone dello Shapeshifter, infatti, si estende, proprio come farebbe il reggisella telescopico quando si schiaccia il comando sul manubrio.

La modalità Xc
In salita si avverte il cambiamento, perché è netto.
L’angolo del piantone e dello sterzo sono più dritti, il movimento centrale è più alto e l’ammortizzatore ha tutt’altra efficienza di pedalata.
E’ incredibile come un dispositivo così semplice (e tutto sommato anche leggero) riesca a fare così tanti cambiamenti.
Ovviamente pedalando in salita si ha ancora la possibilità di regolare la compressione dell’ammortizzatore che, in questo primo test, è un Cane Creek Db Inline.

Il funzionamento di questo ammortizzatore, durante il breve test della Strive Cf, ha sorpreso per la sua fluidità e costanza di prestazioni. Un altro bel pezzo da Cane Creek...

Il funzionamento di questo ammortizzatore, durante il breve test della Strive Cf, ha sorpreso per la sua fluidità e costanza di prestazioni. Un altro bel pezzo da Cane Creek…

Il comando Climb Switch (ossia il dispositivo che riduce sia la velocità di compressione che di estensione) è efficace davvero e in un attimo la tua Strive Cf diventa una bici da pedalare per bene. Davvero notevole.
Pur non azionando il Climb Switch (pensate a un tratto improvviso di salita durante una Ps), comunque la differenza di setup dell’ammortizzatore è evidente.
Lo Shapeshifter farà molto parlare di sé.

In azione con la Strive Cf con geometria Regular.

In azione con la Strive Cf con geometria Regular.

La geometria Race
Innanzitutto cosa cambia rispetto alla geometria Regular?
Il telaio ha un tubo superiore più lungo mediamente di 20 mm, un manubrio più largo (da 76 a 78 cm), un attacco più corto (da 70 a 50 mm nella taglia L) e pedivelle più corte (da 175 a 170 mm).
Tutto ciò descrive un assetto in sella molto diverso, senza dimenticare che la versione da me provata aveva anche un ammortizzatore Rock Shox Monarch Plus DebonAir, quindi completamente un altro mondo.
Di fatto ho avuto la sensazione di guidare due bici diverse.
Il telaio ha le stesse caratteristiche in termini di prestazioni e leggerezza, ma l’assetto in sella rende la geometria Regular e Race completamente diverse le due Strive Cf.
In modalità Race si ha la sensazione di guidare una bici da enduro moderna che invita alla velocità e a guidare con disinvoltura, favorendo gli spostamenti del corpo e ispirando subito un feeling race.
Insomma, si vede l’impronta di Fabien Barel…

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Le forcelle ci mettono del loro
Un’altra differenza importante riguarda le forcelle in dotazione: tutta la gamma Race (ad eccezione del modello di punta) ha la Rock Shox Pike con travel da 160 mm, mentre le Regular hanno la Fox 36 Float da 170 mm.
E pur avendo provato le due bici solo per un giorno le differenze fra le due forcelle sono evidenti: la Pike la conosciamo bene perché è una forcella che sembra non finire mai, ha sempre un comportamento morbido e fluido che ispira confidenza.
La nuova 36, invece, è più difficile da sfruttare fino in fondo e tende a “murare” dalla seconda metà di corsa in poi. E’ un po’ meno intuitiva, ma comunque molto solida e precisa.
Non prendetelo come un giudizio definitivo, perché non ho avuto modo di approfondire la questione con solo un giorno di prova per ognuna delle due bici.

Come si vede in questa, il pedale spesso si trova a pochi cm dagli ostacoli. Attenzione quindi sui sentieri più rocciosi.

Come si vede in questa, il pedale spesso si trova a pochi cm dagli ostacoli. Attenzione quindi sui sentieri più rocciosi.

Attenti ai pedali
La cosa che invece balza agli occhi nella modalità Race è la ridotta distanza da terra del movimento centrale, ragione per cui Canyon ha pensato di montare delle pedivelle da 170 su tutte le taglie Race.
Urtare i pedali è relativamente facile e questo richiede una guida un po’ più attenta di fronte agli ostacoli. Molto meglio un bunny hop che metterci le ruote sopra.
Se dobbiamo esprimere un giudizio, con la geometria Race la Canyon Strive Cf è una bici che non si fa fatica a paragonare a una bici americana di alto livello.
Lo studio che c’è dietro è notevole e quando si pedala ti accorgi che tanti dettagli sono stati curati per fare in modo il biker si trovi davvero a proprio agio.
Un’ultima chicca riguarda la taratura dell’ammortizzatore (sempre per la versione Race): Barel mi ha spiegato che la curva di compressione è tale per cui quando il biker arretra verso la ruota posteriore l’ammortizzatore opponga una resistenza maggiore alla compressione in modo da permettergli una posizione in sella sempre abbastanza centrale e senza far perdere mm di compressione preziosi all’ammortizzatore.
La Strive Cf ha richiesto tanti mesi di sviluppo (ricordate quando comparve la prima volta a Punta Ala lo scorso anno?), ma adesso è chiaro il perché.

La manutenzione dello Shapeshifter
Più che di manutenzione occorre parlare di reale usura. Il dispositivo Shapeshifter, di fatto, ha un funzionamento del tutto analogo a quello di un reggisella telescopico, solo che, rispetto a quest’ultimo, viene utilizzato molto meno nel corso, ad esempio, di una Ps e ha un’escursione molto più contenuta.

L'attuatore a gas chiamato Shapeshifter. Funziona a pressione e il suo funzionamento è del tutto analogo a quello di un reggisella telescopico.

L’attuatore a gas chiamato Shapeshifter. Funziona a pressione e il suo funzionamento è del tutto analogo a quello di un reggisella telescopico.

Fabien Barel ha dichiarato che al massimo durante una Speciale lo ha attivato 3 volte.
Tutto ciò spinge Canyon a dire che la manutenzione è praticamente assente e che al massimo ci si deve preoccupare che la pressione di esercizio sia quella corretta.

Geometria Race o Regular: quale scegliere?
E’ una domanda che occorre porsi prima dell’acquisto, perché di fatto stiamo parlando di due bici molto diverse.
Se avete intenzione di gareggiare e se vi piace divertirvi in discesa con uno stile spiccatamente enduro, allora andate sulla Race.
Se invece vi piace pedalare di più, non cercate velocità folli in discesa oppure le discese che affrontate non hanno tantissime curve e passaggi super tecnici, allora scegliete la Regular.
Ricordatevi però che non si parla solo di due allestimenti diversi, ma anche di telai con geometrie diverse.

Per informazioni Canyon.com

        
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