

Braidot e Avondetto sono reduci dalla loro prima esperienza alla Cape Epic.
Luca e Simone sono partiti per il Sudafrica in punta di piedi, ma dopo il prologo (che hanno vinto davanti a Nino Schurter e Filippo Colombo) hanno capito che avrebbero potuto togliersi delle belle soddisfazioni anche in un contesto del tutto diverso da quello del cross country olimpico.
E così è stato, infatti Braidot e Avondetto hanno lottato per la classifica generale fino alla fine, vincendo tre tappe, salendo 7 volte sul podio e chiudendo al secondo posto dietro agli Scott-Sram.
Un esordio niente male!

Mentre stiamo scrivendo, Luca Braidot e Simone Avondetto sono ancora in Sudafrica e tra poco ripartiranno verso il Brasile per prepararsi alle prime prove di Coppa del Mondo.
Abbiamo approfittato di questo periodo di “relax” per contattarli e fare loro qualche domanda sull'esperienza sudafricana.
Buona lettura.
- Prima partire per il Sudafrica vi aspettavate di andare così forte? Quali obiettivi vi eravate posti?
Luca Braidot: Non ci aspettavamo di essere così competitivi da subito. Io e Simone siamo partiti con l’obiettivo di fare una bella esperienza, testarci in una gara diversa dal nostro solito e provare a lasciare il segno con qualche buon risultato. Sapevamo di essere in forma, ma non di vincere il prologo, poi la terza e la quarta tappa, oltre a giocarci la generale fino all’ultimo. È andato tutto oltre le nostre aspettative.
Simone Avondetto: Sapevamo di essere in buona condizione, ma non ci aspettavamo di essere così competitivi fin da subito. L’obiettivo principale era fare esperienza in una gara lunga e dura, ma verso fine settimana abbiamo capito che potevamo lottare per il podio.
- Di solito, gli specialisti dell’Xc soffrono nelle tappe più lunghe, invece voi (insieme agli Scott) avete tenuto in mano la situazione fino all’ultimo. Come vi siete preparati nel periodo prima della Cape Epic? Avete cambiato qualcosa?
LB: È vero, le tappe lunghe non sono il nostro pane quotidiano, ma ci siamo preparati bene. Io personalmente, sotto indicazione del mio allenatore Claudio Cucinotta ho lavorato tanto sul volume, aumentando le ore in bici nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio. Non ho stravolto il mio approccio, ma ho fatto più uscite lunghe rispetto al solito, cercando di simulare lo stress di più giorni consecutivi in sella. Inoltre con la mia nutrizionista Laura Martinelli ho curato molto l’alimentazione in gara e nel recupero, facendo delle simulazioni nei mesi precedenti.
SA: Abbiamo curato molto la resistenza e il recupero, aumentando i volumi di allenamento rispetto alla preparazione tipica dell’XCO. Inoltre, abbiamo fatto lavori specifici per affrontare sforzi prolungati, senza perdere l’esplosività che ci serve nelle gare più corte.

- Vi siete ritrovati in un contesto molto diverso da quello a cui siete abituati, non solo per il percorso, ma anche per la gestione delle giornate, la sveglia all’alba, lo sbalzo di temperatura... Questo “uscire dalla zona di comfort” vi ha pesato oppure no?
LB: All'inizio è stato un po' strano, sì. Svegliarsi presto, affrontare il caldo assurdo di alcune tappe e poi il brutto tempo improvviso delle ultime giornate; non è qualcosa a cui siamo abituati nelle gare di Coppa del Mondo. Però non ci ha pesato più di tanto, anzi, è stato stimolante. Uscire dalla routine ci ha messo alla prova, ma ci siamo adattati velocemente grazie anche al supporto del team, che al contrario nostro aveva un sacco di esperienza sulla Cape Epic (per il team era la 8ª o 9ª partecipazione). La gestione delle giornate è stata impeccabile e questo ci ha permesso di concentrarci solo sulla gara.
SA: All’inizio è stato un po' strano, soprattutto il caldo e il ritmo delle giornate, ma ci siamo adattati abbastanza in fretta. La gestione del recupero tra una tappa e l’altra è stata fondamentale.

- Cosa vi è piaciuto di più e cosa vi è piaciuto di meno di questa esperienza alla Cape Epic?
LB: Quello che mi è piaciuto di più è stato il clima di squadra con Simone e tutto lo staff. Poi i paesaggi del Sudafrica sono spettacolari. Vincere tre tappe e indossare la maglia gialla, anche solo per un giorno, è stato un momento indimenticabile. A piacermi di meno, forse, è stato il caldo opprimente di alcune giornate, tipo la terza tappa: lì ho sofferto parecchio. E magari la polvere su certi tratti del percorso, che rendeva difficile respirare e vedere bene.
SA: Il paesaggio e l'atmosfera della Cape Epic sono qualcosa di unico. La parte più difficile è stata sicuramente la fatica accumulata giorno dopo giorno e qualche tappa con condizioni estreme.
- Qual è stata la tappa più difficile per voi?
LB: Direi la quinta tappa, la Queen Stage: 98 km con 2850 metri di dislivello. È stata durissima, non solo per la lunghezza e il dislivello, ma anche perché arrivava dopo giorni di fatica accumulata. Lì abbiamo dovuto dare tutto per non perdere troppo terreno da Nino (Schurter) e Filippo (Colombo).
SA: Probabilmente la penultima. La fatica accumulata durante la settimana e il meteo avverso hanno reso tutto ancora più complicato.

- Qualcuno, dal Sudafrica, ci ha detto che se aveste conosciuto il percorso come Nino e Colombo (che frequentano tutti gli anni il Sudafrica), probabilmente avreste vinto voi la Cape Epic. Cosa ne pensate? Quanto è importante conoscere il tracciato laggiù?
LB: Penso che ci sia del vero. Nino e Filippo hanno un vantaggio enorme in termini di esperienza su quei percorsi. Sembravano conoscere ogni salita. Per noi era tutto nuovo, e in una gara così lunga e tattica, la conoscenza del tracciato può fare la differenza, soprattutto nei momenti chiave. Detto questo, credo che abbiamo fatto un gran lavoro anche senza questa esperienza. Magari con un po' più di familiarità avremmo potuto gestire meglio qualche situazione, ma non è assolutamente detto che avremmo vinto.
SA: Sicuramente conoscere il percorso aiuta molto, soprattutto nelle discese e nella gestione dello sforzo. Non sappiamo se questo avrebbe cambiato il risultato finale, ma partire con più esperienza sulle caratteristiche del tracciato sarebbe stato un vantaggio.
- Mezzo tecnico: avete fatto qualche modifica particolare alla bici della Cape Epic? Gomme, inserti, accessori particolari, setup sospensioni...
LB: Sì, abbiamo adattato le bici alle caratteristiche della Cape Epic. Abbiamo usato gomme rinforzate, aumentando di molto la quantità liquido sigillante e la pressione dell'aria per evitare forature, visto che pietre e spine erano un rischio costante. Per le sospensioni, abbiamo optato per un setup leggermente più morbido rispetto all’Xc puro, per avere più comfort e compensare le pressioni più alte delle gomme. Il team ha fatto un lavoro fantastico per trovare il giusto compromesso tra velocità e affidabilità.
SA: Abbiamo adattato copertoni più rinforzati per le forature e corso con pressioni leggermente più elevate. Con noi avevamo il minimo indispensabile per eventuali inconvenienti.

- Se doveste tornare alla Cape Epic cambiereste qualcosa sull'organizzazione o sulle scelte tecniche?
LB: Dal punto di vista dell’organizzazione del team e scelte tecniche non cambierei nulla. Anche perché sono scelte che derivano dalla lunga esperienza di Marco Trentin e del team Wilier-Vittoria in questa corsa.
SA: Ora che abbiamo fatto un po' di esperienza potremmo ottimizzare alcuni aspetti della preparazione, ci sono sempre margini di miglioramento.
- Ora occhi puntati alla Coppa del Mondo: pensate che questa esperienza e i chilometri accumulati in Sudafrica possano esservi utili anche nella stagione dell'Xc?
LB: Bisognerà capire come il nostro corpo risponderà a tutte queste ore di gara. Potrebbe essere che avremo dei giovamenti come potrebbe essere l'esatto opposto. Abbiamo fatto una gara molto regolare senza mai avere crisi o problemi fisici e sicuramente questo è un bene, fa sperare anche in un recupero più semplice.
SA: Se recupereremo bene in questi dieci giorni che ci separano dalla prima gara di Coppa del Mondo, credo che potremmo avere una buona condizione. È difficile però, però, sapere come risponderà il fisico in questi giorni.

- Come state gestendo questo periodo di recupero post Cape Epic e preparazione in vista della Coppa?
LB: Uscite blande e focus solo sul recupero. Tra gara e fuso orario, la priorità sarà recuperare e ridurre al minimo qualsiasi tipo di stress.
SA: Stiamo cercando di recuperare bene senza perdere il ritmo. Dopo una gara così lunga è importante ascoltare il corpo e riprendere progressivamente con i carichi giusti.

- Il prossimo anno tornerete per prendervi la rivincita?
LB: Questo è sicuro.
SA: Vedremo... L'esperienza è stata bellissima e ci ha lasciato tanta motivazione. Se ci sarà l'occasione torneremo sicuramente, con ancora più determinazione.

Qui gli altri articoli sul Team Wilier-Vittoria.
Qui gli altri contenuti sulla Cape Epic.
Qui sotto, il test della Wilier Triestina Urta Max SLR, la stessa bici utilizzata da Braidot e Avondetto alla Cape Epic:
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Sull'autore
Daniele Concordia
Mi piacciono il cross country e le marathon, specialità per le quali ho un'esperienza decennale. Ho avuto un passato agonistico sin da giovanissimo, ho una laurea in scienze motorie e altri trascorsi professionali nell’ambito editoriale della bici.
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