scritto da Simone Lanciotti in Storie il 05 Dic 2016

Due chiacchiere con Chris Conroy, il capo di Yeti Cycles, su…

Due chiacchiere con Chris Conroy, il capo di Yeti Cycles, su…
        
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MILANO – Il mondo della Mtb è popolato da una grande quantità di marchi. Grandi, medio, medio-piccoli, di nicchia, enormi… ma a prescindere dalle dimensioni (definibili in termini di fatturato o di bici vendute all’anno) c’è un valore che pochi, anzi, pochissimi marchi hanno: l’essere iconici.

Chris Conroy

Chris Conroy, presidente di Yeti Cycles

E questo non è un fatto che ti puoi inventare in qualche mese o in qualche anno, nemmeno oggi, in un’epoca nella quale, specie sui social, tutto riesce a (o vorrebbe) essere “cool” in poco tempo.
Yeti Cycles è uno dei brand più iconici nel mondo della Mtb e rappresenta allo stesso tempo un pezzo di storia delle ruote grasse.

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La prima Yeti Arc a doppia sospensione. Foto Tom Moran

Il marchio Yeti Cycles è nato nel 1985 in circostanze che sono ben lontane dall’essere un progetto imprenditoriale ben delineato, ma, come accadeva in quegli anni in America, le idee giuste nei garage giusti hanno portato a risultati davvero notevoli.
Yeti è fra questi.

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Chris Conroy a destra e Steve Hoogendoorn ammirano una loro bici al Pro-M Store di Milano

A Milano, qualche settimana fa, ho avuto modo di incontrare Chris Conroy, l’attuale presidente di Yeti.
Ci siamo dati appuntamento presso il negozio Pro-M e lì abbiamo iniziato la conversazione che state per leggere.

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Foto Pro-M

– Yeti ha iniziato grazie a un saldatore, John Parker, ma oggi le cose sono molto cambiate. Che cosa ti manca di più dei primi anni di Yeti?
– All’epoca la produzione era negli Stati Uniti ed era una cosa che faceva parte della nostra cultura, del nostro Dna e abbiamo avuto non poche difficoltà nel cambiare questo stato di cose.
E non solo noi, ma l’intera industria americana della bici.
Quando però alcuni marchi hanno iniziato a muoversi a Taiwan, mi viene in mente Easton ad esempio, le cose allora hanno iniziato a prendere un’altra piega.
Poi è stata la volta dell’hydroforming (nel 2000 non c’era il carbonio come oggi e l’alluminio era molto popolare) e con l’hydroforming abbiamo iniziato ad andare a Taiwan.
E lì siamo rimasti anche per il carbonio, nonostante avessimo negli Stati Uniti l’industria aerospaziale e le sue conoscenze, ma i prezzi dovevano restare competitivi.
Posso dire però che ci consideriamo ancora dei produttori di bici perché conosciamo nel dettaglio tutte le fasi di realizzazione dei telai e queste conoscenze sono cruciali in fase di progettazione.

– Quando hai iniziato a lavorare per Yeti?
– Ho risposte diverse a questa domanda.
Ho iniziato negli anni Novanta come dipendente, poi nel 1995 il marchio è stato acquisito da Schwinn e nel 1996 e 1997 ho lavorato come brand manager, ma le cose non andavano come volevo.
Ho lasciato la società e ho cambiato lavoro.
Ma poi mi è stato proposto di nuovo di lavorare in Yeti, come direttore, quando un mio amico decise di riacquistare la proprietà del marchio.
Schwinn non sembrava più interessata a gestirla e il processo di vendita andò piuttosto velocemente.
Era il 1999.
Due anni dopo io e Steve Hoogendoorn, che nel frattempo era entrato nel team, abbiamo deciso di rilevare tutto e diventare proprietari e da allora abbiamo proseguito con l’assetto che abbiamo tutt’oggi: io presidente e lui vicepresidente (oltre che ingegnere, ndr).

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Ecco i titolari di Yeti Cycles, Chris Conroy (a sinistra) e Steve Hoogendoorn.

– Quanti cambiamenti avete fatto nel momento in cui siete diventati proprietari? Qual è stata la prima cosa che avete cambiato?
– Quando abbiamo preso i comandi di Yeti sapevamo che il marchio era in declino e che aveva un’immagine legata all’innovazione.
E in quella direzione ci siamo mossi. E in fretta.

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La Gary Fisher Sugar

La prima cosa che abbiamo fatto è stato tirare fuori la Yeti Asr che era una bici molto diversa per i canoni di allora: angolo di sterzo molto aperto, tubo superiore più lungo, movimento centrale più basso e tutte le cose di cui si parla ora.
Era la bici adatta per il posto in cui giravamo e lì prendemmo una decisione importante: che avremmo fatto solo bici che ci sarebbe piaciuto guidare e non quelle che il mercato avrebbe voluto. Perché siamo dei biker e non del marketing.
All’epoca le bici avevano una corsa di 2,4” (68 mm) e c’era al massimo la Gary Fisher Sugar con 3,0”, mentre la nostra Asr ne aveva ben 4” (101 mm).

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Una delle versioni più recenti della Yeti Asr.

E aveva appunto un angolo di sterzo più aperto, tubo superiore più lungo ed era una categoria nuova di bici.
Anche se aveva un telaio molto leggero, non era una bici da cross country e questo, ricordo, 😂 fece arrabbiare alcune riviste di Mtb dell’epoca.
«Ma che razza di bici avete fatto?»
Ma fa parte del gioco, quando ti spingi oltre e quando sei concentrato sul voler innovare.
Con lo Switch Infinity (foto in basso) abbiamo chiuso il cerchio: abbiamo raggiunto il controllo del processo di progettazione, sviluppo, realizzazione e affinamento di un telaio.

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Lo Switch Infinity, il cui funzionamento è spiegato in questo articolo.

– Pensi che la fibra di carbonio sia una sorta di limitazione per chi proviene dai telai in lega d’alluminio?
– No, non credo. In realtà oggi questo materiale ci dà molta flessibilità perché puoi variare le forme, gli spessore e anche il modo di sovrapporre gli strati per avere certe caratteristiche.
Credo in realtà che la fibra di carbonio abbia migliorato molto il design e le prestazioni dei telai.

– Yeti è più conosciuto come un marchio di bici da enduro, trail e all mountain, mentre in passato con John Tomac e Juliana Furtado lo era per il cross country. Ci sarà mai un forte ritorno di Yeti in questa disciplina?
– Ci pensiamo spesso. Il cross country è una disciplina agonistica che da noi non ha la stessa popolarità che ha in Europa, ma è molto interessante. Non è escluso che si torni a spingere in questa specialità e non è escluso che arrivi una versione da 4” (101 mm) di corsa del sistema Switch Infinity.

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John Tomac (e altri ancora, li riconoscete?) al via di una gara di Mtb del 1990. All’epoca esisteva solo questa Mtb che era definita cross country. E, notate bene, i pedali Shimano Spd non erano ancora arrivati. Mancava ancora qualche mese… Foto Tom Moran.

Yeti Cycles

John Tomac
Foto Tom Moran




– Qual è stato l’atleta più iconico che hai visto gareggiare con Yeti?
– E’ molto difficile rispondere a questa domanda, ma direi John Tomac, se penso a quell’epoca lì e a cosa ha rappresentato per la Mtb.
Senza dubbio John Tomac, anche se ha gareggiato con Yeti solo per due anni.

Se invece penso all’atleta che ha avuto maggiore impatto per il nostro marchio ti dico Jared Graves.
Jared ha iniziato con noi che aveva 19 anni, ma è cresciuto con noi e ha fatto crescere anche il nostro marchio. Ha vinto nel 4Cross, nella Dh e poi anche nell’enduro.

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Jared Graves nel 4Cross

Yeti Cycles

Jared Graves

Con lui abbiamo sviluppato la Yeti 303 e su questa bici hanno gareggiato anche Aaron Gwin (che ha esordito su questa bici), Justin Leov e Sam Blenkinsop. Tutti e quattro insieme nel nostro team.

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La Yeti 303 RDh

E ricordo quando vedemmo Gwin in una gara di Dh in California. Era molto veloce ed entrò nel team nazionale, continuando a migliorarsi.
Allora chiesi a uno dei tecnici della Dh di allora: “Questo Gwin è abbastanza veloce per gareggiare in Coppa del mondo?” e ricordo che lui si voltò verso di me e mi rispose: «Questo qui è abbastanza veloce per vincerla la Coppa del mondo…”.
E poi il resto lo conosciamo.
Non siamo dei maghi nel capire chi andrà forte, non abbiamo nessun talento particolare, ma ci indoviniamo con una certa costanza perché siamo sempre sui campi di gara e perché sono i nostri atleti a dirci chi va forte e chi merita attenzione. Il team è una grande famiglia.

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Mondiali del 2013: Yeti porta a casa un titolo iridato nella categoria junior con Richie Rude e una medaglia di bronzo nella Dh elite con Jared Graves. Foto Yeti Cycles.

– Qual è stata la vittoria più significativa per Yeti?
– Mi limito, diciamo, all’epoca moderna.
Ce ne sono un paio che mi vengono in mente e che ancora mi entusiasmano: quando Sam Blenkinsop vinse la prima gara di Coppa del mondo Dh (era il 2008 a Schladming, ndr) e poi un’altra, che in realtà non è una vittoria, ma un terzo posto al mondiale Dh del 2013, quando Jared Graves gareggio e arrivò sul podio con una trail bike (si riferisce alla Yeti Sb66C (qui il test) e così l’ha definita Conroy nell’intervista, ndr), mostrando le grande potenzialità di una bici come questa.
Certo, il rider ha fatto la sua parte, ma è stata una conferma a livello mondiale della validità dei nostri prodotti.

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Jared Graves in azione al mondiale Dh del 2013 in Sudafrica

– Avete una strategia particolare per far sì che il passato del vostro marchio e il futuro possano coesistere?
– Il posto dove lavoriamo a Golden, in Colorado, potrebbe rispondere a questa domanda.
Lì tanto spazio è riservato ovviamente alla produzione e allo sviluppo delle bici, ma abbiamo, ancora dentro a delle scatole, tutte le maglie vittoriose dei nostri atleti e a questo vorremmo dedicare uno spazio vero e proprio.
Il passato per noi è ancora presente e così come facevamo una volta vogliamo continuare a fare ora: costruire bici che ci piace usare, innovando.

– Non avete più un team Dh in Coppa del mondo, ma ne avete uno ufficiale nell’enduro. Secondo voi la Dh sta perdendo seguito?
– No, assolutamente, la downhill è ancora nel nostro sangue.
Ci alziamo ancora la mattina alle 5:00 o alle 6:00 per vedere le dirette di RedBull Tv, ma avere un team ufficiale nella Dh e uno nell’enduro è un grosso impegno economico e alla fine abbiamo dovuto fare una scelta.

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Jared Graves

In quel periodo avevamo Jared Graves che era il più forte nell’enduro e Richie Rude nella Dh (dove vinse il titolo di campione del mondo junior) al quale chiedemmo di passare nell’enduro.
Magari un giorno tornerà in Dh, mai dire mai, così come magari un giorno torneremo a gareggiare nell’Xc…
La cosa sulla quale siamo concentrati ora, però, sono le trail bike e le bici da enduro e i risultati che abbiamo ottenuto, se ripenso alla 575 o alle bici dei primi anni 2000, sono incredibili: bici a doppia sospensione da 6” (152 mm) che sono facili da pedalare in salita.

Yeti Cycles

Richie Rude
Foto Yeti Cycles

– La vostra gamma di bici è molto interessante, Chris, ma c’è qualche altra tipologia di bici che vorreste aggiungere? Ad esempio, le gravel bike?
– Non dico che siamo interessati alle gravel bike, ma è di sicuro qualcosa che stiamo guardando. Alcuni di noi hanno iniziato a usarle per capirle, ma al momento, però, direi che, no, non stiamo pensando di produrne una.

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La curiosità intorno alle e-bike c’è…

– E per quanto riguarda le e-bike?
– Di sicuro sono molto interessanti per ciò che concerne il design e lo sviluppo del prodotto, ma al momento non abbiamo alcun progetto in cantiere. In tutto abbiamo 3 ingegneri in Yeti che sono già piuttosto impegnati e non abbiamo per ora risorse per allocarne uno solo al progetto e-bike. Potrebbe succedere in futuro, perché tutto può succedere.

– Un commento che molti ci lettori ci fanno: “troppi standard, l’industria della Mtb dovrebbe rallentare un po’”.
– E’ facile dire rallentiamo un po’, basta standard, ma la verità è che le novità e i nuovi standard hanno portato le Mtb a essere quello che sono oggi.
Se guardi fuori dal mondo della Mtb, prendi gli smartphone ad esempio, anche qui cambiano gli standard con una certa frequenza, ma questo fa parte del gioco.
I prodotti migliorano anche così.

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Il sottoscritto e Chris Conroy. Foto Pro-M

– Ma spesso si parla di migliorie che non tutti sono in grado di percepire. Fra Boost e non Boost è difficile che chiunque riesca a percepire la differenza…
– Il Boost, però, dà il grande vantaggio agli ingegneri di costruire carri più corti e più solidi ottimizzando la linea di catena. E questo è più avvertibile ed evidente.
Ma il problema maggiore degli standard è che non tutti i produttori di telai e componenti realmente li rispettano. Se diciamo che la linea di catena dello standard Boost è di 53,5 mm non dovrei avere a che fare con telai che non permettano di rispettare questo valore quando si monta una guarnitura con l’etichetta “Boost compatible”. E’ piuttosto questo che fa arrabbiare i consumatori e i rivenditori.

Yeti Cycles

Richie Rude

– Cambiamo argomento. Richie Rude: quando Yeti è entrata in contatto con Rude?
– E’ il classico caso in cui i rider del nostro team ci segnalano qualche giovane interessante. Ci dissero “guardate che c’è un ragazzino della Easth Coast che va davvero forte” e così ci siamo interessati.
Richie aveva 16 anni all’epoca e Graves ci disse che aveva i numeri per vincere un campionato del mondo nella categoria junior.
Lo facemmo correre con noi e quell’anno, il 2012, arrivò secondo al mondiale dietro a Loic Bruni.
L’anno successivo, in Sudafrica, vinse il titolo.

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Richie Rude con la maglia iridata appena vinta al mondiale Dh 2013. Foto Yeti Cycles

A impressionarmi, però, fu come si comportò al mondiale di Leogang nel 2012.
Aveva fatto il secondo miglior tempo, ma fu costretto a causa di un problema tecnico a ripetere la sua run, cioè a cancellare il suo tempo e a rifare la sua discesa.

In quella situazione Richie non batteé ciglio, non si lamentò, si rimise il casco e, come si dice in gergo, “flip the switch” (spense l’interruttore) e pensò solo alla gara, rifacendo una run quasi identica alla precedente e facendo di nuovo il secondo miglior tempo.
Per uno junior gestire una cosa del genere, su un tracciato come quello di Leogang, fu un risultato grandioso.
Ed fu solo un’anticipazione di quello che avrebbe potuto fare in futuro.
E che poi ha fatto.
Richie Rude all’inizio era molto timido, ma poi un po’ i risultati, un po’ il vederci sempre più spesso, l’hanno reso molto più comunicativo.

Yeti Cycles

Richie Rude a Finale Ligure quest’anno nella Ps Dh Uomini

– Tornerà a correre in downhill?
– E chi lo sa. Gareggia per noi in enduro da 3 anni e le cose potrebbero cambiare.

Tutto cambia e sempre più velocemente, ma la storia, quella che gli appassionati ricordano, è fatta di pochi eventi significativi.
Fra questi, nel nostro passato, c’è proprio Yeti che continua a essere quello che è sempre stato: un marchio di nicchia alimentato da appassionati di mountain bike e con il fiuto per i campioni.

Qui tutte le novità e gli articoli sulle bici Yeti e qui il sito web ufficiali Yeti Cycles.
Le bici e i telai Yeti sono distribuiti in Italia da Dsb.

Ps: è possibile che molti di voi non conoscano John Tomac, ma potrebbero conoscere invece Eli Tomac, il figlio, fenomeno del motocross americano. Eccolo qui in azione con Aaron Gwin (nel cui passato ci sono le gare di motocross)…

        
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