La Mtb, tanto estrema quanto inclusiva

Simone Lanciotti
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Non ricordo bene come, ma me la sono trovata davanti.

Una sera di inizio giugno.

Stavo navigando su internet quando all’improvviso si è riacceso tutto.

Folgorato.

E’ la copertina del numero 2 di Bici da Montagna, aprile-maggio 1990.

La foto di copertina, quella foto, è come un caro vecchio amico dell’adolescenza.

Quella è la rivista che ha acceso definitivamente la fiamma della mountain bike in me.

A 14 anni.

La leggevo, anzi, la divoravo, e sentivo il richiamo viscerale, atavico, genetico di prendere, partire e perdermi nella montagna.

Entrare nella natura.

Sentirmi una parte di essa.

Cosa che è davvero accaduta più volte, non senza spaventi (miei e dei miei genitori) e soddisfazione.

Alla ricerca di quegli spazi sconfinati che vedevo su Bici da Montagna.

Volevo essere lì, sentirmi come quei biker.

Una sera di un mese fa mi passa questa scarica di emozioni e di ricordi per la schiena e decido di acquistare quella copia di Bici da Montagna su eBay.

Anzi, ne prendo anche altre: ricordo benissimo le copertine e quasi riesco a ricordare anche quali articoli ci fossero dentro.

Le ordino e dopo 10 giorni arrivano a casa.

Le sfoglio, mi emozionano, quasi mi commuovono, perché le percepisco come un grande cerchio che si è chiuso.

Sognavo di essere un biker e di vivere gli scenari delle riviste.

Sì, devo farci un articolo, una storia, raccontare questa grande emozione, ma… mi fermo.

La Specialized Stumpjumper... anche se qui la vedete in veste hardtail, è stata e ancora è la mountain bike più longeva e più camaleontica
Ricordate i comandi Shimano Rapid Fire? Cioè la prima vera (e tanto desiderata) alternativa ai comandi cambio thumbshifter, quelli che si azionavano con il pollice. Poi sono venuti quelli di casa Suntour, il Bullet di Campagnolo e poi il Gripshift, l'antesignano di tutti i comandi Sram...
Ricordo di aver scoperto di avere sulla mia Mtb una cassetta Shimano con Hyperglide leggendo questo articolo: anche sulla mia trasmissione Shimano 200 GS c'era il tipico disegno dei denti dei pignoni.

Tentenno.

Ci ripenso.

Alla fine, mi dico, è solo una faccenda personale, intima, la mia storia.

Insomma, a chi può interessare davvero?

Lungi da me l’idea di auto-celebrarmi.

Quindi parcheggio queste emozioni e le lascio decantare.

Fino a quando, martedì scorso, mi ritrovo a Campo Imperatore, L’Aquila, per un’uscita insieme a Stefano (leggete qui).

L’Abruzzo ha montagne magnifiche e il fatto che ne abbia, pur essendo così lontana dall’arco alpino, le dona una bellezza autentica.

Campo Imperatore è un posto da visitare, ma con la bici riesci a viverlo davvero.

Finalmente pianifichiamo un giro con le e-Mtb usando Komoot.

Sfruttiamo quel poco che conosciamo del posto e ci lasciamo guidare dall’applicazione.

Con grande soddisfazione (leggete qui…).

Il momento chiave è quello che vedete nella foto in basso.

Questo articolo è iniziato parlando del 1990 e delle prime Mtb.

Oggi, in montagna, si va ancora con la Mtb, certo, ma le e-Mtb sono diventate molto popolari.

Anzi, più popolari delle Mtb stesse.

E cosa c’è di strano?

Al di là di prese di posizione più o meno radicali contro i cosiddetti  “motorini”, la cosa che mi ha fatto riflettere mentre scattavo questa foto è stato che la e-Mtb è l’ultima evoluzione del concetto di inclusione che contraddistingue da sempre la Mtb.

Chi di voi c’era negli Anni Novanta ricorderà quanto la Mtb in quegli anni fosse la bici per chi cominciava.
Una bici più facile della bici da corsa e più versatile e divertente di una bici da passeggio.

E ora mi ritrovo qui, al cospetto del Corno Grande, e con questa idea nella mente: la Mtb è diventata tanto estrema quanto inclusiva.

Ovvero non ha smesso di essere quello che 30 anni fa promise di diventare.

E continua a farlo, con mille sfaccettature e un turbinare di novità.

“Passa il tempo, sembra che non cambi niente” cantava Battiato.

Rispetto alle bici che trovo raffigurate sul numero 2 di Bici da Montagna la Mtb, oggi, è cambiata tantissimo.

Tutto un altro mondo.

Eppure continua ad essere sempre lei, con e senza il motore.

Dopo aver scattato questa foto, sono rimasto lì ancora un po’.

Chi sarà stato il primo a portare una Mtb qui?

E quando?

Ovvero, con quale bici?

Io e Stefano, quel giorno, per arrivare lì, a quota 2200 metri, abbiamo faticato non poco con le elettriche, ma divertendoci, sfidandoci in salita su passaggi al limite che con il motore elettrico diventano più facili.

Ecco il punto: non c’è un’unica definizione di Mtb.

Perché non c’è mai stata.

A questo mezzo con le ruote artigliate (ecco, forse questa è l’unica definizione che mette tutti d’accordo) è affidato un compito molto delicato e importante: rendere il ciclismo uno sport inclusivo.

Per tutti.

Anche per chi va con la bici da strada.

Perché ciò che ha iniziato a funzionare bene sulla Mtb presto o tardi è finito anche su una bici da strada.

E poi su una bici gravel.

E così continua ad essere.

Quindi, alla Mtb, con o senza il motore elettrico, dobbiamo dire grazie tutti perché a lei spetta una grossa parte dell’evoluzione della bici.

Le definizioni le stanno strette.

I radicalismi non le giovano.

Lasciamola essere lo strumento che concretizza l’umana necessità di abbracciare Madre Natura.


PS: qui trovate il video racconto di questa magnifica esperienza:


PS2: di seguito trovate la traccia dell'uscita in questione:

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Sull'autore
Simone Lanciotti

Sono il direttore e fondatore di MtbCult (nonché di eBikeCult.it e BiciDaStrada.it) e sono giornalista da 20 anni nel settore delle ruote grasse e del ciclismo in generale. Siamo molto focalizzati sui video e il canale YouTube MtbCult è un riferimento in Italia soprattutto per quanto riguarda i test.

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