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Dopo la bellissima esperienza dell’anno passato, Valentina Macheda anche in questo 2015 racconterà per MtbCult l’Enduro World Series vissuto da dentro.
Il nuovo capitolo della saga non può che ripartire da Rotorua, dove sabato scorso si è disputata la prima tappa del mondiale. Valentina, unica italiana al via, ha chiuso al 19° posto.
E ha molte cose da dire sull’epica giornata neozelandese…

GS

Tutte le foto di quest’articolo e della gallery sono di Jeremie Reuiller.

Mentre scrivo questo racconto ho ancora il sorriso sulle labbra ripensando a quanta bellezza siamo riusciti a vedere viaggiando per quasi un mese in Nuova Zelanda, partendo dall’Isola del Sud e arrivando in quella del Nord.

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Il trionfo della natura
È incredibile come in questo Paese in pochi km cambino gli scenari: laghi dai colori più spettacolari, ghiacciai a pochi km dal mare, cascate, spiagge incantate dove il tempo sembra non essere mai trascorso, e incredibili foreste incontaminate più belle dei giardini botanici più prestigiosi.

Abbiamo girato su sentieri incredibili, incontrato gli amici di sempre e conosciuto persone fantastiche e soprattutto abbiamo potuto capire quanta cura del territorio e rispetto delle regole hanno i Kiwi, di come si godano la vita in modo semplice, senza preoccuparsi di come apparire agli altri. E questo modo di vivere ma soprattutto questa attitudine ci ha molto colpiti.

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Ora però è arrivato il momento di premere il bottone on sulla prima Enduro World Series del Team Life Cycle…

Rotorua, ultima fermata
Come detto prima, il nostro viaggio si è concluso all’Isola del Nord, ultima fermata Rotorua, situata al centro dell’Isola, molto popolare per le particolari attività di geotermia e quello che ne consegue.
Ci sono piscine termali, vasche di fango in giro per la città, geyser che eruttano ad ogni ora del giorno. Tutto questo contornato dà un odore sulfureo molto forte e simile alle puzzette, che pervade tutta la città. Per fortuna a casa ho due bulldog inglesi che mi hanno saputo preparare al meglio agli odori questa trasferta. Anche se dopo qualche giorno non ci fai più caso…

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Oltre alle terme, Rotorua è a tutti gli effetti una famosa Mecca per la Mtb.
Sì, perché proprio a fianco a essa, si trova la foresta di Whakarewarewa, dove si sviluppa una rete sentieristica importante per la comunità di biker locali.
E’ incredibile il lavoro che è stato fatto in questa area, le numerose connessioni che collegano una quantità infinita di trail, lo rendono un posto unico.

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Si parte a due passi dai geyser…

Sentieri e fatica
Questo è un vero paradiso per i biker con servizio di risalita offerto da vecchi ma funzionali scuolabus muniti di carrello porta bici che sono in grado di portare fino a 50 biker alla volta!
L’unico “problema” – se così vogliamo chiamarlo – è che non riesci a smettere, continueresti a girare all’infinito.

Infatti il primo giorno in cui abbiamo deciso di girare con Manu (Ducci, ndr) insieme ad Alex (Lupato, ndr) e cioè la domenica prima della gara, avremmo dovuto fare solo un paio d’ore, invece a fine giornata quando siamo usciti dalla foresta, il Garmin segnava più di 7 ore. E’ stato davvero divertente.

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Naturalmente il lunedì e il martedì ce lo siamo presi come riposo, dato che sapevamo che avremmo dovuto affrontare tre giorni di prove più la gara.

Le Speciali, in totale sette, erano tutte molto fisiche, caratterizzate da un’infinità di sezioni in contropendenza su radici e tratti tecnici ripidi che provavamo e riprovavamo in stile downhill, il tutto alternato da sezioni piatte dove serviva rilanciare a tutta.

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Solo due Speciali erano differenti, molto veloci e con parecchi salti, uno stile al quale non siamo molto abituati, anche se devo dire che girandoci sopra siamo riusciti a scioglierci un po’.
A volte devi importi di fare alcuni passaggi perché se no ti rimangono in testa fino a che non sei riuscito a farli, anche se non è così semplice sbloccarsi…

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Il meteo è stato abbastanza variabile durante le giornate di prove, spesso ha piovuto ed in modo anche intenso, quindi i trail già tecnici si sono rivelati molto ma molto insidiosi.
La gara a mio parere è stata la più dura di sempre: essendo a inizio stagione coprire quasi 65 km di sentieri su un fango colloso e 1.900 di dislivello, con un’umidità del 99%, è stata un’impresa epica.

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Aria di casa, poi le cadute
Quando la mattina della gara mi sono presentata alla partenza della prima EWS di stagione, che in questo caso è stata allestita a fianco del geyser Te Puia nel villaggio Maori, è stato strano ritrovarsi già a correre, ma con Enrico Guala che parlava al microfono mi sono sentita per un attimo a casa…

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Nonostante fossi consapevole della dura giornata che mi avrebbe aspettato, ero felice di aver ricominciato la stagione, anche se dopo la prima prova ho pensato: «Ma chi me l’ha fatto fare?!»
A parte gli scherzi, nella Ps1, sono caduti in molti, penso che il 90% dei rider abbia avuto un contatto ravvicinato con il terreno o alberi.
Se ti andava bene solo una volta, nella maggior parte dei casi anche di più, come successo anche a me.

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I primi trasferimenti sono stati molto faticosi, con un tempo stretto da rispettare. Non avevi un attimo di tregua. Uscivi dalle Speciali, bloccavi l’ammortizzatore, ti infilavi una barretta energetica in bocca e via a pedalare.
Fortunatamente, dopo la terza Ps, abbiamo avuto la possibilità di passare dalla feed zone, dove ci si poteva rifornire di acqua, mangiare e potevi farti dare un occhiata alla bici dai meccanici dell’assistenza neutrale.

La foresta, il buio e la fine
Da metà gara in poi i tempi ti permettevano di respirare ma non di prendertela con calma ovviamente, la gara è proseguita abbastanza bene, anche se ho fatto moltissimi errori e ho avuto qualche caduta, fortunatamente senza conseguenze.

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Finite le massacranti 6 ore nella foresta, ad attenderci c’erano degli shuttle che ci avrebbero portato all’ovovia di Skyline a 20 minuti di auto di distanza, dove si svolgevano anche tutte le altre attività dei Crankworx.
Ad attenderci c’era ancora l’ultima Ps, la settima, che aveva molte parti in comune con il percorso della Downhill, con un bosco nella sezione iniziale che dire tecnico sembra un eufemismo e buio da avere quasi bisogno dei fari.

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Arrivati fino a questo punto, sinceramente pensavo solo ad arrivare in fondo tutta intera e fare meno errori possibili, il percorso rispetto alle prove era cambiato totalmente e l’essere partiti in ordine inverso (e cioè i numeri più bassi per ultimi) ha fatto sì che i 500 concorrenti che mi precedevano abbiano modificato notevolmente le condizioni del terreno spesso fangoso creando canali profondi a volte mezzo metro. Ho percorso l’ultima prova pensando continuamente “dai, che è quasi finita”.

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La più dura di sempre
Quando ho passato il traguardo, ho provato una forte emozione: lo speaker, il pubblico, Manu che mi aspettava a braccia aperte, tutte le ragazze che si davano il cinque congratulandosi sull’impresa epica portata a termine e i bambini a chiederti l’autografo appena uscivi dalla pit dell’arrivo. Tutte emozioni incredibili che mi hanno ripagato di tutti gli sforzi.
Che soddisfazione ragazzi!

In definitiva, è stata una giornata lunga e dura, forse la gara più dura di sempre. Soddisfatta del mio 19° posto con un livello di riding così alto.

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È stato fantastico poterlo condividere con 80 ragazze, anche se abbiamo avuto dei ritmi frenetici e quindi il tempo per rilassarci è stato poco. E’ sempre bello respirare il vero spirito enduro, vedere che indipendentemente dalla posizione, abbiamo gli stessi pensieri, paure e piaceri!

Sperando che in un futuro non troppo lontano si facciano le gare su due giorni.
Ma non per la necessità di allungare il percorso o i tempi di gara. Bensì, perché il numero di donne crescerà al punto in cui un giorno correranno gli uomini ed un giorno le donne. Beh, sarebbe fantastico!

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Il solito eroe
Per Manuel è stata una gara un po’ frustrante. Essendosi rotto il dito della mano destra due settimane prima dell’Ews, non ha potuto combattere ad armi pari, poiché l’infortunio condizionava la sua capacità di guida e anche se lui non è per niente soddisfatto per il risultato ottenuto, io sono molto fiera di aver un compagno che non butta mai la spugna. Cercando di salvare la mano e di non buttare via il campionato è riuscito a chiudere 65°.

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E’ stato un viaggio intenso ed emozionante che ci ha insegnato tanto. Ora torniamo in Europa con un’altra consapevolezza, ringraziando tutti i Kiwi e la gente fantastica che abbiamo incontrato durante la nostra avventura.

Per informazioni www.life-cycle.eu