

Il fenomeno del "burnout" è sempre più frequente nel mondo dello sport agonistico.
L'esempio più attuale riguarda l'anno sabbatico di Samara Maxxwell, la vincitrice della Coppa del Mondo Xc tra le donne Elite nel 2025 che ha deciso di fermarsi e non prendere parte ad alcuna competizione nella stagione che inizierà tra poco, per riposarsi, ritrovare la concentrazione, stare più tempo con la famiglia e tornare quando sarà il momento giusto, puntando alle Olimpiadi di Los Angeles 2028.
La decisione della neozelandese ha sorpreso un po' tutti, ma in fin dei conti non è la prima ad aver reagito così dopo delle vittorie pesanti...
Anche Jenny Rissveds, dopo la vittoria Olimpica di Rio 2016 ha reagito allo stesso modo, sparendo dalla scena per un lungo periodo, per poi ritornare più forte di sempre.
Stesso discorso per Julie Bresset (oro a Londra 2012) e per tanti altri sportivi di alto livello.
Ma cos'è il burnout dell'atleta?
Perché è così frequente negli ultimi anni?
Può capitare anche agli amatori?
Quali sono le chiavi per evitarlo?
Approfondiamo il discorso...
Cos'è il burnout dell'atleta?
Il burnout è una sindrome da esaurimento fisico, emotivo e mentale, causata da stress cronico e pressione eccessiva, che porta a perdita di motivazione, calo delle prestazioni, cinismo e senso di inefficacia, non solo fisica ma anche psicologica, con rischio di abbandono dello sport.
Si manifesta con fatica persistente, irritabilità, ansia, indifferenza verso lo sport e sentimenti di fallimento, distinguendosi dal semplice sovrallenamento fisico.
Le cause principali possono essere diverse, ma solitamente sono legate ad una pressione eccessiva, generata da figure esterne oppure da sé stessi (perfezionismo, ansia, paura di fallire).

Altri fattori scatenanti possono essere la mancanza di un supporto esterno, l'errato bilanciamento tra sport e vita privata o dei carichi di lavoro (stress e recupero).
Il burnout è una sindrome pericolosa, perché l'atleta agonista è molto suscettibile e perché per migliorare ad alti livelli è necessaria una certa dose di stress causato dall'allenamento.
A volte, però, quel confine tra “stress necessario” e “stress eccessivo” è molto sottile, quindi il burnout è dietro l'angolo.

Quando si perde, ma anche quando si vince
Proprio così, il rischio di “bruciarsi” c'è quando non si riesce a primeggiare, ma anche quando le vittorie conquistate sono molto pesanti.
Quando l'impegno è tale da isolare l'atleta da tutto il resto, ma non viene ripagato dai risultati, è molto frequente che lo stesso cada in uno stato di depressione, negatività e, appunto, burnout psico-fisico.
Allo stesso tempo, quando l'atleta vince tanto può imbattersi in una perdita di motivazione, dovuta al raggiungimento del più alto risultato possibile (vedi Olimpiadi, Mondiali, Coppa del Mondo).
Ma può entrare in ballo anche una perdita di concentrazione dovuta all'impatto delle figure esterne come i media, i tifosi o gli “haters” sui social.
Inevitabilmente aumenta la pressione, sia quella che si crea l'atleta da solo (voglia di confermare il proprio valore), sia quella creata dall'esterno (team, tifosi, familiari ecc).
Se l'atleta non ha una struttura mentale forte e capace di resistere a tutte queste difficoltà, mantenendo la concentrazione sugli allenamenti e sulle gare, è molto facile che molli, per un periodo più o meno lungo, se non per sempre.

Perché è sempre più frequente?
Nello sport agonistico tutto corre velocemente, a volte troppo velocemente.
Ai ragazzi e alle ragazze più giovani viene chiesto subito il massimo impegno, perché solo così arriverà il risultato, ma non tutti/e riescono a sopportare una pressione elevata per un lungo periodo.
E anche quando questa pressione non arriva dall'esterno, sono gli atleti stessi ad imporsela, con la volontà di dare il massimo e non deludere chi li sta supportando, oppure sé stessi.
E dare il massimo oggi giorno vuol dire spendere davvero tante energie, perché l'attenzione verso l'allenamento, l'alimentazione, il recupero e tutto il resto è veramente maniacale, talmente maniacale che anche i fuoriclasse, a volte potrebbero aver bisogno di uno stop, di una pausa.

Inoltre, al giorno d'oggi c'è tanta informazione, forse troppa: sui social siamo bombardati da nuovi metodi di allenamento e alimentazione, quindi è molto facile mettersi in discussione o mettere in dubbio le proprie abitudini.
«Quel campione si sta allenando in questo modo: devo farlo anch'io se voglio competere con lui».
«Il mio avversario ha fatto 20 ore questa settimana, io soltanto 12: ecco perché non vado come lui».
I social sono una grande arma di comunicazione, necessaria per farsi conoscere e per celebrare i successi. Ma nei momenti difficili possono creare ancora più insicurezza.
Questo insieme di cose, per un atleta particolarmente sensibile e suscettibile diventano una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all'altro.
Un'esclusiva dei professionisti?
Purtroppo no, il burnout è un fenomeno comune anche tra gli amatori e tra i giovani.
Anzi, in questo caso è ancor più facile incappare in questa sindrome, perché oltre ad allenarsi si avrà a che fare con il lavoro (o lo studio) e si deve incastrare il tutto con gli impegni familiari o con la vita sociale.
Quasi sempre, ad esagerare sono i neofiti o i ragazzi, quelli che hanno iniziato a correre da poco e vorrebbero bruciare le tappe, ma non c'è cosa più sbagliata, come ho scritto in questo articolo:

Come ho detto più volte, è fondamentale trovate il giusto bilanciamento tra metodo, divertimento in bici, vita privata e socialità, senza lasciarsi travolgere dal perfezionismo del ciclismo metodico, perché in fin dei conti la perfezione non esiste...
E qui entrano in ballo anche i preparatori atletici: molti di questi (non tutti, per fortuna) esagerano stilando tabelle per i master o per i giovani che assomigliano a quelle dei professionisti: ore su ore, lavori specifici ogni giorno e poca flessibilità negli eventuali cambi di programma.
Se date in mano ad un biker pignolo, queste tabelle diventano un'arma potente, che finirà per causare uno stress esagerato, sia durante gli allenamenti, sia negli altri momenti della giornata.
Quindi, anche qui serve il giusto equilibrio: il ciclista deve capire se per lui è sostenibile seguire una tabella oppure no, mentre il coach deve saper stilare un piano di allenamento flessibile e adatto alle esigenze dell'atleta.

Come evitare il burnout?
Per l'amatore, il segreto è soltanto bilanciare meglio i propri impegni e capire come gestire l'aspetto agonistico in base alle altre fasi della vita quotidiana, evitando quello stress eccessivo che è sempre controproducente: non esiste uno schema fisso, la situazione è molto personale, ma nella maggior parte dei casi risolvibile con un po' di buon senso.
Per il professionista o per il giovane in rampa di lancio il discorso si fa più complesso, perché c'è la necessità di spingere forte sull'acceleratore per emergere e non restare "al vento", ma allo stesso tempo bisogna mantenere quella serenità che è la chiave per migliorare e non bruciarsi presto.

Chi ha un carattere forte e vive in un ambiente favorevole (famiglia, amici, team) potrà farlo tranquillamente da solo, mentre se non ci sono questi presupposti il consiglio è di farsi aiutare da un professionista, come uno uno psicologo dello sport in grado di tirar fuori il proprio potenziale e capire come gestire la tensione nei momenti critici. La figura del mental coach è stata sdoganata proprio perché è diventata necessaria, nello sport di alto livello e non solo...
Non bisogna vergognarsi delle proprie debolezze, è più che lecito chiedere aiuto a chi di dovere e lavorare per far sì che queste si trasformino in punti di forza in futuro.
Qui sotto, una lunga intervista a Julie Bresset sul burnout nello sport (è in francese, ma sono disponibili i sottotitoli):
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Sull'autore
Daniele Concordia
Mi piacciono il cross country e le marathon, specialità per le quali ho un'esperienza decennale. Ho avuto un passato agonistico sin da giovanissimo, ho una laurea in scienze motorie e altri trascorsi professionali nell’ambito editoriale della bici.
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