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Il Superenduro non c’è più.
Per quest’anno ne dovremo fare a meno e la specialità si dovrà reinventare.
O forse no.
Forse dovrà solo proseguire con le sue gambe e risollevarsi dallo sgambetto subìto da quel tardivo annuncio del circuito principe in Italia.
E in qualche modo lo farà, certamente con tempi e risorse limitate e con notevoli affanni.
Ma vedrete che lo farà.
In questi giorni non si parla d’altro e si stanno già muovendo persone e idee, di cui fra poco vi diremo.
Ma ciò che è fondamentale capire è che l’enduro, ormai, grazie al Superenduro, ha messo per bene le radici nella passione degli utenti, siano essi agonisti che non.
In questo momento a soffrire maggiormente sono proprio gli agonisti di fascia alta, quelli con le sponsorizzazioni, e, di conseguenza, i loro sponsor.
Se mettessimo l’enduro italiano sotto una lente d’ingrandimento oggi vedremmo questa macro-divisione: l’enduro agonistico e l’enduro degli amici.
E solo vedendolo dall’alto si riescono a capire un po’ di cose.

L’enduro agonistico
Come evolverà?
Il 2015 sarà un anno cruciale, perché, anche se Enrico Guala ha dato virtualmente appuntamento al 2016, l’obiettivo dell’enduro agonistico, adesso, è arrivare alla fine del 2015.
Il 2016 è ancora molto lontano.
In tempi non sospetti, quando il Superenduro ha iniziato a far registrare un calo di iscrizioni, diversi addetti ai lavori si sono interrogati sul perché.
Non è questa la sede per mettere sotto processo il Superenduro, né è nostra intenzione farlo.
Semmai occorre capire come reagire.
Di per sé il numero di persone che potrebbero rimboccarsi le maniche e farsi carico di risollevare l’enduro agonistico è piuttosto ridotto.
Davide Bonandrini, il titolare di Dsb, nell’enduro italiano oggi figura come sponsor di 4 squadre più tanti altri team più o meno grandi.
Ed è uno dei tanti attori.
«E’ chiaro che un circuito di gare – ha dichiarato ieri al telefono – che sancisca ogni anno chi sono l’atleta maschio, l’atleta donna e il team più forti ci deve essere.
E se non c’è occorre trovare un rimedio.
I miei team adesso valgono la metà se non c’è un circuito di riferimento e ad alta visibilità.
Si potrebbe fare che 4-5 gare decidano di associarsi e creare una classifica avulsa che decreti il più forte di stagione. Senza creare troppe categorie e sotto categorie.
E, certamente, si tratta di mettere una pezza a un problema.
Perché di meglio ora, forse, non si può fare.
Gli sponsor adesso hanno già allocato tutti i budget o quasi.
Occorre trovare una persona che fisicamente si faccia carico di gestire tutto il lato organizzativo di un circuito.
L’ideale sarebbe che una parte dello staff del Superenduro continuasse in modo da utilizzare la sua preziosa esperienza.
Ma anche qui si tratta di mettere sul piatto un tot di euro per poter pagare il loro lavoro.
Io non ho la soluzione in mano, ma in questo momento si dovrebbe parlare con i vari Cristian Trippa (team manager Frm) o Andrea Bruno (Tribe Distribution) e i vari Gambirasio, Sottocornola, Ducci e tutti gli altri atleti e stabilire 5 gare alle quali partecipare tutti.
Io direi 5 gare in un ambito nazionale dove l’enduro è meno forte (quindi non per forza Piemonte e Liguria) e, potendo, anche istituire un montepremi per gli atleti per ogni gara e una classifica finale.
Il valore delle gare lo fanno i piloti che vi partecipano.
Il Superenduro ha avuto tantissimi meriti, ma ha anche la colpa, a mio avviso, di non aver salvaguardato il 2015 pensando già al 2016».

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Quindi, senza Superenduro questa disciplina perde di credibilità e di rilevanza?
I tanti pro’ italiani si ritrovano, oggi, come attori senza una parte e senza un palco.
O meglio, di palchi ne esistono anche tanti (guardate il calendario gare 2015), ma nessuno di questi, oggi, sembra in grado di elevare le loro performance a un livello che un vastissimo pubblico possa apprezzare.
La potenza dell’enduro agonistico, quindi, non sono i 150 o i 550 iscritti alle gare, ma è la risonanza mediatica che si dà alle gare e ai loro attori principali.
Agli eventi del Superenduro è stata spesso attribuita la colpa di essere di un livello tecnico troppo alto.
Ma in realtà era ciò che serviva alla disciplina.
Era la Formula 1 dell’enduro.
E in Formula 1 non ci sono 1000 partenti.
L’insuccesso del Superenduro, quindi, non è stato tanto il calo delle iscrizioni alle gare, quanto il non essere stato in grado di sfruttare (o, se preferite, monetizzare) davvero il potenziale di appeal che il Superenduro stesso aveva creato, e in maniera molto abile.
Non ce ne vogliano Guala, Monchiero e tutto lo staff, ma se oggi ci troviamo a parlare di questo argomento è evidente che qualcosa non è andata per il verso giusto.

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L’enduro degli amici
La vera forza dell’enduro agonistico è proprio l’impatto che ha sugli appassionati, cioè su tutti i fan di Lupato, Sottocornola, Clementz o Graves che ogni weekend non si iscrivono alle gare ma si “limitano” a fare le sfide fra amici.
E che comprano, magari, la stessa attrezzatura che servirebbe per fare le gare di enduro.
L’Enduro World Series (emanazione mondiale del Superenduro) ha principalmente questa funzione: serve ad alimentare l’industria della Mtb (non solamente a vendere le iscrizioni) e a fare da traino per tutti gli appassionati, soprattutto i non agonisti.
Anche senza il Superenduro, però, le sfide fra amici sui sentieri non cesseranno.
Perché ci sono sempre state.
Perché, come tutti hanno sempre detto, l’enduro è l’essenza stessa della Mtb.
Resta il rammarico che, proprio l’altro ieri, il Superenduro (principale promotore della disciplina nonché motivo di orgoglio nazionale di tanti appassionati) abbia deciso maldestramente di fermarsi.
O di suicidarsi?
Sarà il 2015 a dirlo.

Foto d’apertura di Matt Wragg

Simone Lanciotti

Salve, mi chiamo Simone Lanciotti... e sono un appassionato di mountain bike come voi. Mi piace talmente tanto raccontare la mia passione per la Mtb che circa 20 anni fa ne ho fatto una professione. MtbCult.it è la stata la prima rivista che ho creato; poi eBikeCult.it e infine BiciDaStrada.it. La bicicletta in generale è stata ed è ancora per me una scuola di vita. Quindi, il viaggio continua e grazie per il contributo che date al nostro lavoro. Di seguito potete trovare tutti gli articoli firmati dal sottoscritto. Simone Lanciotti