

29” vs 32 pollici in Coppa del Mondo: uno scontro che aspettavamo da tempo e che non è tardato ad arrivare.
È successo ieri, nella prova statunitense di World Cup a Soldier Hollow (Utah).

Su un percorso decisamente “particolare”, che ha spinto alcuni atleti di Trek e Scott a schierarsi in griglia con le 32 pollici.
L'obiettivo, però, è stato raggiunto a metà: non c'è stato uno “strapotere” del nuovo formato, che sicuramente incuriosisce ma non convince ancora del tutto.
Analizziamo la situazione, con occhio critico e con uno sguardo al futuro.
Percorso disegnato per le 32”? L'ipotesi non è da scartare...
Il tracciato di Soldier Hollow sembrava fatto apposta per le Mtb da 32 pollici: questo è un dato di fatto.
Non c'era nessuna curva stretta, nessun rilancio secco, terreno compatto, roccioni in discesa e un bel piattone prima dell'arrivo. Parliamo di un percorso in pieno stile americano, che non ha molto a che fare con la Mtb che siamo abituati a vedere.

Ma il punto è un altro: giravano da tempo delle voci sul possibile debutto delle 32” in Coppa del Mondo nelle due ultime prove statunitensi e non è assurdo pensare che il tracciato dello Utah sia stato disegnato proprio in funzione delle ruote più grandi.
D'altronde, Trek è pur sempre un marchio americano e Scott è lo sponsor ufficiale di Whoop UCI Mountain Bike World Series...
Non abbiamo la certezza che questa sia la verità, ma non escludiamo del tutto questa ipotesi.
Gibson: cosa avrebbe fatto con una 29”?
Le 32” in Coppa del Mondo non hanno dominato al loro debutto.
L'unica atleta che è riuscita a sfruttare le potenzialità del formato è Gwendalyn Gibson, che ha chiuso al secondo posto la gara Elite femminile, dietro alla nostra Martina Berta, che invece guidava una 29”.

La statunitense era in giornata di grazia e probabilmente avrebbe portato a casa lo stesso risultato anche con una 29”, ma ovviamente il suo podio ha creato un bel po' di hype sulla faccenda. Anche perché si correva negli USA e sappiamo quanto gli americani siano bravi a sfruttare il fattore campo.

Azzardiamo un'altra ipotesi: a nostro avviso, la Gibson con una 29” avrebbe dato ancora più filo da torcere alla Berta. Sia chiaro, meglio così per noi e per l'atleta italiana, ma si nota chiaramente che al momento dell'aperta finale sferrata da Martina, Gwendalyn Gibson si è piantata.
Guardate qui:
Di sicuro non è stata “colpa” della 32 pollici, le energie erano al lumicino, ma magari con una bici più reattiva avrebbe risposto in modo più efficace. Con i “se” e con i “ma” non si va da nessuna parte, okay, ma di fatto non c'è stata una superiorità netta delle 32”.
Anche Evie Richards ha utilizzato il prototipo Trek da 32”, chiudendo al settimo posto con oltre un minuto e mezzo di distacco. Al contrario della statunitense, l'inglese non è stata mai in gara nei momenti decisivi, confermando che la differenza la fanno sempre gli atleti.

A dir la verità, anche altre ragazze avevano a disposizione delle 32” da utilizzare, come quelle del Team KTM e come Emilly Johnston del Team Scott: tutte hanno scelto di sfruttare il feeling acquisito, la leggerezza e l'agilità della 29”.

32 pollici in Coppa del Mondo: tra gli uomini non pervenute
La gara Elite maschile è stata vinta da Martin Vidaurre, in sella alla Specialized Epic 9 da 29 pollici.
Anche gli altri due atleti sul podio, ovvero Cole Punchard e Mathis Guay hanno usato una 29”, sebbene quest'ultimo sia nel Team KTM, marchio che avrebbe un prototipo con le ruote grandi da utilizzare...
La prima 32 pollici a tagliare il traguardo è stata quella di Riley Amos, che ha chiuso ottavo con 22” di ritardo, in una gara tiratissima fino al termine: lo statunitense di Trek è andato forte, sia chiaro, ma nonostante il percorso lo favorisse non ha fatto la differenza.
Tra l'altro, il suo compagno di team Vlad Dascalu (15°) ha scelto di correre con la 29”.

Dodicesimo e quattordicesimo posto per Fabio Püntener e Filippo Colombo, i due atleti Scott che hanno corso con il prototipo Spark da 32 pollici: anche qui non male, ma nemmeno benissimo, perché da due atleti alti e potenti come loro avrebbero dovuto avere dei vantaggi evidenti su un percorso come quello americano dove, da lanciata, una ruota più grande dovrebbe scorrere più veloce.
Invece non è andata proprio secondo i piani, gli svizzeri sono andati forte, ma non hanno brillato: a quanto pare Filippo Colombo ha anche forato.

Tirando le somme...
Da questa panoramica emerge il fatto che (per fortuna) è sempre l'atleta a fare la differenza, con le gambe e con il manico.
Ma emerge anche la certezza che le 32” ancora non convincono del tutto, neanche sui percorsi più veloci e neanche se ad utilizzarle sono atleti alti e potenti.
Non sappiamo come andrà a finire, ma ad oggi le 29” sono ancora superiori e più versatili per ogni tipo di biker.
L'unica sterzata definitiva ci sarebbe se il regolamento UCI imponesse l'obbligo per tutti i professionisti di correre soltanto con le 32”: solo in questo modo potremmo assistere delle gare più equilibrate, ma forse meno emozionanti, che in qualche modo influenzerebbero anche le abitudini degli amatori.
Ma non dimentichiamo che sui percorsi meno tecnici aumenta la velocità, diminuiscono i distacchi, c'è sempre più bagarre e il gioco potrebbe diventare più pericoloso, anche per chi fa il biker di mestiere.

Non dimentichiamo che nell'Xc e nelle Marathon si corre con dei completi in Lycra, senza protezioni e solo con il casco...
E qui la domanda sorge spontanea: abbiamo veramente bisogno di tutta questa velocità, a queste condizioni?
A nostro avviso no, anzi, c'è il rischio che questa continua rincorsa verso la novità a tutti i costi vada a rovinare un bellissimo equilibrio, oltre che far aumentare la pericolosità di uno sport che già di suo è abbastanza rischioso.
E voi, cosa ne pensate?
Scrivetelo nei commenti.
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Sull'autore
Daniele Concordia
Mi piacciono il cross country e le marathon, specialità per le quali ho un'esperienza decennale. Ho avuto un passato agonistico sin da giovanissimo, ho una laurea in scienze motorie e altri trascorsi professionali nell’ambito editoriale della bici.
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